Discorso del neo Sindaco di Udine, Alberto De Toni

Cittadine e cittadini

Autorità civili e militari

Rappresentanti dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, dell’Associazione Partigiani Osoppo e dell’Associazione nazionale ex deportati

a tutti voi Buon 25 Aprile!

È per me motivo di grande emozione essere qui oggi, e pronunciare il mio primo discorso pubblico come Sindaco della città di Udine, città onorata della medaglia d’oro al valore militare. Come è tradizione sarà una studentessa, fra poco, a leggere la motivazione di questo riconoscimento che è stato assegnato, mi preme ricordarlo, al “Friuli e per esso alla città di Udine”. Uno splendido riconoscimento ad un territorio di cui Udine ha sempre rappresentato il cuore, e di cui vuole sempre più rappresentare lo spirito.

Sono particolarmente emozionato perché il 25 aprile non può, e non potrà mai essere, un rito vuoto, una commemorazione retorica. Il 25 aprile non è una festa che ricorda avvenimenti lontani, di cui si può discutere in maniera distaccata, distanti dalla nostra vita quotidiana. Il 25 aprile, festa della Liberazione, è alla radice stessa per cui siamo, noi, qui, oggi. Una comunità di persone libere, che vivono in una democrazia con una delle costituzioni più belle del mondo, nelle difficoltà e anche nelle contraddizioni delle democrazie contemporanee, nella complessità e nelle ingiustizie del sistema economico moderno, ma che possono liberamente decidere del proprio futuro e di se stesse. Il 25 aprile, festa della Liberazione, ci ricorda ogni anno il senso e il bene prezioso della libertà.

78 anni fa il Comitato di Liberazione Alta Italia proclamò per questa giornata l’insurrezione generale. In Friuli, però, gli ultimi soldati tedeschi avrebbero abbandonato la regione solo una settimana dopo, e questa ultima settimana senza libertà sarebbe costata un tributo straordinario di sangue. Ancora il 2 maggio, ad Avasìnis, una squadra di soldati tedeschi si distaccava dalla colonna in movimento, entrava in paese e uccideva 51 persone, tra cui 7 bambini tra i 2 e gli 11 anni.

Ma il 25 aprile non significa solo liberazione dal nemico che aveva occupato la nostra terra, anche se non bisogna dimenticare che l’occupazione del Friuli si era di fatto trasformata in un’annessione al Terzo Reich.  Fu anche liberazione da una pesante dittatura che per oltre due decenni aveva eliminato ogni libertà di espressione, di stampa, di comunicazione, di organizzazione politica. Una dittatura che aveva posto fine alla democrazia liberale, aveva riportato le lancette del regno d’Italia a secoli prima, cancellando la vitalità e gli ideali con cui si era compiuto il Risorgimento. Una dittatura che aveva condotto l’Italia a sciagurate guerre coloniali e alla seconda guerra mondiale a fianco della Germania nazista. Una dittatura che si era macchiata dell’infamia delle leggi razziali, avviando la tragica deportazione nei campi di sterminio di uomini e donne, bambini e anziani, come il sindaco di Udine Elio Morpurgo.

Solo se riflettiamo su cosa sia stata la dittatura fascista e su cosa sia stato il suo penoso epilogo, la repubblica cosiddetta sociale di Mussolini, solo, cioè, se teniamo in mente cosa avevano attraversato gli uomini e le donne del 1945 nei precedenti 23 anni, allora possiamo capire il vero significato della parola “liberazione”.

Altissimo il prezzo pagato dal Friuli Venezia Giulia nel secondo conflitto mondiale: oltre 26.500 vittime, di cui quasi 12 mila militari – tra i quali 1.030 internati militari – cioè soldati disarmati dopo l’8 settembre e deportati in Germania, 781 rappresentanti delle forze dell’ordine in servizio di ordine pubblico, 1.210 combattenti tra le fila della Repubblica di Salò, 4.777 partigiani, 65 persone nel Corpo Italiano di Liberazione e ben 7.701 civili.

In vario modo – anche coloro che combatterono dalla parte sbagliata della storia – tutti costoro furono vittime del disegno hitleriano di conquista e oppressione dell’Europa basato sul razzismo, sullo sfruttamento degli esseri umani, sulla eliminazione fisica dei più deboli e degli oppositori. Un disegno che l’Italia fascista legittimò negli anni Trenta e al quale si affiancò nel giugno del 1940, pensando di trarne dei vantaggi. Centinaia di migliaia di uomini furono mandati al fronte, a combattere contro popolazioni che non ci avevano fatto nulla, in Albania, in Grecia, in Jugoslavia, in Russia, in Africa.

Il mio pensiero non riesce a non andare – con emozione – a un giovane di 20 anni che l’8 settembre 1943 si trovava – soldato di leva – a combattere in Albania: mio padre. Davanti alla scelta di continuare la guerra arruolandosi nell’esercito tedesco oppure essere internato nei campi di concentramento in Germania non ebbe dubbi. Cresciuto all’interno del regime fascista ebbe chiaramente, assieme ai suoi commilitoni, la percezione di quale fosse la parte giusta dove stare. Lo aveva imparato all’interno della sua famiglia dove suo padre, mio nonno, non aderì mai al fascismo, e per questo gli fu vietato di acquistare nei consorzi agrari il solfato di rame per proteggere le viti dalla peronospora. Pur di non piegarsi al ricatto, mio nonno preferì fondere centinaia di pentole di rame.

600 mila soldati italiani ebbero tale consapevolezza, che costò loro sofferenze terribili nei campi di prigionia tedeschi, dove venne negato loro lo status di prigioniero di guerra. La storia degli Internati Militari Italiani – a lungo trascurata dalla storiografia – è uno degli episodi che rende onore al nostro Paese. L’8 settembre non fu la morte della Patria. L’8 settembre fu la fine dell’Italia fascista, fu l’inizio della “nuova nostra storia”, come la chiamava Pier Paolo Pasolini.

Il popolo friulano iniziò a risorgere ancora prima dell’8 settembre, quando nacquero i primi nuclei della Resistenza, per contiguità con l’esercito di liberazione jugoslavo, che lottava per la liberazione della sua terra dall’invasione tedesca e italiana. Dopo l’8 settembre, per due settimane, il primo grande scontro della Resistenza armata si ebbe a Gorizia, quando la Brigata proletaria formata dagli operai dei cantieri di Monfalcone si oppose all’entrata delle colonne militari tedesche.

Il Friuli è stata una delle culle della Resistenza italiana al nazifascismo. Tutte le componenti culturali e politiche vi presero parte. Nell’autunno 1943 all’interno mondo cattolico, anche sulla spinta dei tanti parroci che avevano presente la ritrosia delle famiglie ad appoggiare l’occupazione nazifascista, si darà sostanza ideale ad una visione resistente e combattente del cristianesimo, che avrebbe trovato collocazione nella Brigata Osoppo.

Non solo la Brigata Garibaldi, che della Resistenza friulana fu la componente maggioritaria e che patì le maggiori perdite: tutte le forze che si opposero alla violenza repubblichina, tedesca e cosacca contribuirono al riscatto della Patria. Azionisti, cattolici, liberali, comunisti, laici, militari che avevano servito nell’esercito del re e avevano assistito alle atrocità perpetrate dai comandi fascisti, tutti diedero, per la propria parte, un contributo importante alla liberazione.

L’omaggio deve andare oggi anche a tutte le forze militari alleate, che contribuirono alla vittoria contro il nazifascismo. Per onorare il sacrificio di tutti i militari alleati morti per la nostra Liberazione questa mattina abbiamo già deposto una corona al cimitero inglese di Tavagnacco.

Poi ci fu la Resistenza civile, fatta di piccoli grandi gesti quotidiani di opposizione e resistenza alla macchina da guerra nemica, la solidarietà delle donne che raccoglievano i messaggi dei deportati che transitavano per la stazione di Udine, il coraggio delle famiglie che ospitavano i renitenti alla leva o che aiutavano i partigiani.

Il ruolo delle donne nella Resistenza è stato apprezzato troppo poco. Fu vera Resistenza anche portare avanti le famiglie, spogliate di uomini, negli anni difficili della guerra prima, e della guerra di Liberazione dopo. Le donne partigiane, poi, non furono né poche, né semplicemente ausiliarie alla Resistenza armata, come talvolta si suole ridurre il loro contributo. Lasciatemene ricordare alcune: Virginia Tonelli e Cecilia Deganutti, entrambe bruciate vive nel forno crematorio della Risiera di San Saba, Medaglie d’Oro al Valor Militare alla memoria; “Gianna”, cioè Fidalma Garosi Lizzero, al cui nome è stata l’anno scorso intitolata la sezione Anpi Città di Udine, vera combattente indomita; e “Renata”, cioè Paola Del Din, medaglia d’oro al valore militare, donna di una tenacia e una idealità uniche.

Non fu, quella friulana, una Resistenza facile. Non lo fu da nessuna parte, meno che meno nel nostro territorio di confine. “Tra le più pesanti ombre che siano gravate sulla gloriosa epopea della Resistenza” vi è quella dell’eccidio di Porzus. Queste parole non sono mie, ma del Presidente Napolitano che nella sua visita del 2012 ai luoghi della tragica vicenda, ha voluto rendere omaggio “al sacrificio per la libertà del Friuli e dell’Italia intera” dei partigiani della Brigata Osoppo. Non rappresentò in alcun modo, l’episodio di Porzus, continuava Napolitano, “il carattere fondamentale della Resistenza italiana, che seppe mantenere uno spirito unitario e il comune impegno” nella lotta al nazifascismo.

Oltre alle ombre, gli squarci di luce. Come quello della Repubblica partigiana della Carnia e dell’Alto Friuli, l’ampia zona liberata dalla Garibaldi e dall’Osoppo nell’estate 1944 e che, nelle poche settimane che sopravvisse, riuscì a dare concretezza ad alcuni indirizzi che anticiparono le conquiste dell’Italia libera e repubblicana: l’elezione democratica di sindaci e giunte comunali, alla quale parteciparono per la prima volta le donne, la scuola come bene comune, la cura del bosco e dell’ambiente e tante altre preziose idee che sarebbero tornate utili nella ricostruzione.

L’eccezionale esperienza della guerra di Liberazione in Friuli ci insegna che la libertà senza partecipazione non esiste. Senza coinvolgersi, senza aver il coraggio di mettersi in gioco, rischiando magari la vita come ci hanno insegnato coloro che sono morti per la Liberazione dell’Italia e che non si sono limitati ad attendere che la liberazione arrivasse dagli alleati, senza questa disponibilità e generosità, la nuova Italia repubblicana e democratica non sarebbe nata.

L’esito più alto della Lotta di Liberazione è stata la scrittura della nostra costituzione repubblicana, che è stata recentemente definita dal Presidente Mattarella “autentico capovolgimento della concezione autoritaria del fascismo”, mettendo così la parola fine su ogni e qualsiasi polemica sull’antifascismo o meno della nostra Carta.

Piero Calamandrei nel “Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza” tenuto a Milano il 26 gennaio 1955 disse: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Care concittadine, cari concittadini,

Grandi questioni ci attendono nei prossimi anni. Il cambiamento climatico causato dal nostro modo di produrre ci impone profonde trasformazioni, che interesseranno la vita quotidiana di ognuno. Questo stesso sistema di produzione sta accentuando e non diminuendo le diseguaglianze e le ingiustizie. Siamo di fronte a delle sfide epocali, che dobbiamo affrontare e cercare di risolvere, perché da esse dipenderà il mondo che lasciamo ai nostri figli. Non esiste un pianeta B. Per affrontare queste sfide abbiamo bisogno di solidarietà, di partecipazione, di una visione del futuro. Abbiamo bisogno di riprendere quello spirito del 25 aprile, fatto di unità, condivisione, senso di comunità, coraggio e fratellanza.

È con questo spirito, nell’impegno di dare sempre “del nostro meglio”, che mi appresto a servire la mia città, che ho potuto salutare oggi in questa grande festa del 25 aprile.

Viva il 25 aprile.

Viva l’Italia libera e repubblicana!

W la nostra Costituzione!

Viva il Friuli, e viva Udine, medaglia d’oro della Resistenza.

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