LA REALTÀ DEL TEATRO AMATORIALE ITALIANO IN EPOCA DI PANDEMIA.

Ivano Manzato                                   Arzergrande (PD) 17 Marzo 2021

La prima volta che sono salito su un palcoscenico avevo appena cinque anni, e dal quel momento, praticamente, non sono più sceso! Facevo l’angioletto custode di un orfanello (lo ricordo ancora dopo sessant’anni!) e la mia regista, suor Adelmina, non la finiva più di complimentarsi con me a fine recita, regalandomi una riserva di autostima che dura ancora oggi! Da allora ogni anno, ad ogni recita, avevo una parte garantita nella micro compagnia della scuola materna, e poi nelle recite che si facevano in varie occasioni a scuola. Ho usato quell’esperienza e la gratificazione che mi ha dato allora, per recitare sempre quando ho potuto; anche nel mio lavoro di infermiere ho recitato tanto per incoraggiare, divertire, donare un po’ di leggerezza ai miei malati.

Da qualche anno faccio parte di una compagnia teatrale amatoriale (anzi due) e quando salgo sul palco ogni volta è come se fosse la prima: l’adrenalina, la voglia di divertirmi ma soprattutto di divertire, di riflettere ma anche di far riflettere, di emozionarmi ma anche di emozionare le rivivo ad ogni esperienza. In quei momenti non sono “io” ma sto dando vita a quel personaggio che con fatica, prove, sacrifici e sudore, aiutato dalla regista ed anche da tutto il gruppo, cerco di cucire addosso a me stesso. Il Teatro amatoriale (ma anche quello professionistico) è scuola di vita, quasi psicoterapia. E ti insegna molto, ad esempio a fare miracoli con pochissimi soldi, a coinvolgere un manipolo di attori prima e un folto pubblico poi. Fatica, sudore, impegno, arrabbiature, lacrime, per un applauso o un bravo. Spesso il teatro amatoriale è identificato come quel teatro fatto alla buona, terra terra, ridanciano, volgar-dialettale e privo di contenuto e di insegnamento.

Noi amatoriali dovremmo abbattere queste convinzioni, sfatare questa credenza, perché il teatro amatoriale è fatto essenzialmente di passione, di desiderio di sapere e di ricerca. Dovrebbe essere fonte di ispirazione e di conoscenza, dovrebbe formare giovani e meno giovani alla cultura teatrale. Fare Teatro amatoriale significa, dopo una giornata di lavoro o di studio, rinunciare ad uscire la sera per andare alle prove, ma nessuna, tra tutte le rinunce, è più piacevole di questa, e far parte di una Compagnia vuol dire anche condividere momenti di ansia, di gioia, di fatica con gli amici, intorno ad un obiettivo comune, è una seconda famiglia che ti accoglie ed abbraccia ogni volta.

Il Teatro amatoriale è ricco di passione dove regna la semplicità, dove le persone si incontrano senza secondi fini, dove regna la familiarità, ti permette di stare insieme agli altri e di dimenticare, almeno per un po’, i tuoi problemi.

In molti casi il Teatro amatoriale promuove la cultura verso tutti i ceti sociali, grazie ai bassi costi dei biglietti ed in questo modo si rende il Teatro accessibile a tutti. Inoltre avvicina al Teatro i giovani che desiderano cimentarsi nella recitazione, allontanandoli da tentazioni ed ambienti discutibili. La passione è grande ed i sacrifici non sono da meno… in questo particolare momento storico, dove tutto è difficile, fare Teatro amatoriale è un’impresa titanica e solo la grande passione, l’impegno ed il sacrificio individuale consentono la realizzazione di una messa in scena… insomma W IL TEATRO AMATORIALE!”

E veniamo ora all’attualità: che il settore teatrale in Italia stia vivendo un periodo di crisi è ormai cosa risaputa da ben più di dieci anni a questa parte. Con la crisi iniziata nel 2008, poi, la situazione non è andata migliorando. La stretta economica ha portato a un calo di pubblico e al calo del potere d’acquisto di quel pubblico. Le ultime stime, inoltre, affermano che solo 1 italiano su 5 va a teatro.

Ma come si inserisce il teatro amatoriale in questo orizzonte?

Le compagnie amatoriali hanno ormai assunto alcune delle caratteristiche tipiche proprie anche dalle compagnie professionistiche del post crisi economica. Tra le similitudini principali, si può notare che entrambe si basano sulla compresenza di attori e spettatori, si concentrano maggiormente su piccole platee, propongono spettacoli che puntano sull’intensità emotiva e comunicativa, valorizzano il lavoro sul territorio e le compagnie sono generalmente composte da ristretti gruppi di persone.

È vero che anche i piccoli spazi devono sopravvivere economicamente, ma le diverse norme e i diversi costi di gestione lasciano agli amatori più libertà d’azione.

Certo la situazione pandemica sta strozzando tutto il sistema teatrale italiano e ne soffrono maggiormente i professionisti, le maestranze e tutto l’indotto del teatro. Per gli amatoriali, visto che non dipende dall’attività teatrale il loro stipendio, si tratta di un rinvio che, per quanto sofferto e doloroso, è solo un rinvio. Sappiamo che “presto” finirà il dover rinunciare alla vibrante attesa che si crea nell’imminenza dello spettacolo, alle prove che si susseguono senza sosta, alla tensione, all’adrenalina che sale, al copione ormai stropicciato che già conosci a memoria ma che ti porti sempre dietro per proteggerti dalla sensazione di non ricordare più nulla. E ancora al contare dei giorni che ti separano dal palco, dal pubblico, da quell’applauso finale che ti regalerà gioia, soddisfazione e voglia di ricominciare di nuovo, ancora di più, ancora meglio.

Per me è chiara l’importanza del teatro amatoriale in termini di apporto sia quantitativo, ma soprattutto qualitativo, alla scena nazionale, e penso che il teatro amatoriale possa aiutare la ripartenza e le sorti del teatro professionistico.

È possibile che ora, in un periodo di grave crisi per il teatro italiano ci sia bisogno dell’apporto culturale dei gruppi amatoriali, che, anche grazie alle loro debolezze, ma sempre pronti a ripartire alla grande, hanno la possibilità di mettersi in gioco istantaneamente appena ciò sarà possibile, e di rifondare un sistema ormai destinato ad implodere sotto il peso della burocrazia.

Salvaguardare il teatro non è solo un “rieducare ad amare la tradizione”, ma significa restituire la passione, e contemporaneamente il senso di normalità, fondamentale per tutti i cittadini, contribuendo così a ridare speranza ad una fetta di lavoratori non sempre tenuta nella giusta considerazione.

Ivano Manzato

Poeta/sceneggiatore e attore dialettale
già Infermiere presso ULSS di Piove di Sacco (PD)

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