Il contagio del desiderio: di Massimiliano Valerii

Recensione di Alberto Felice De Toni.

Riconoscimento sociale. La globalizzazione, da promessa di nuove opportunità di benessere per tutti, ora evoca il fantasma di un declassamento economico. Ecco come nasce il sovranismo psichico.

Lo scorso novembre è stato pubblicato un libro intitolato “Il contagio
del desiderio. Statistiche e filosofia per capire il nuovo disordine mondiale”. L’autore è Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis. Nel testo l’autore affronta la crescente inquietudine sociale, sostenendo che il filosofo francese di origini russe Alexandre Kojève (1902-1968) può aiutarci a comprenderla. Secondo Kojève è il desiderio di riconoscimento che “rende l’uomo inquieto, lo spinge all’azione” e dà inizio alla storia. E che può avere fine solo nell’affermazione progressiva di uno “Stato universale e omogeneo”, organizzato in una società senza classi, formata da individui post-storici sottratti alla logica del desiderio di riconoscimento.

Secondo la rilettura di Kojève della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, il desiderio di riconoscimento è la molla che mette in moto la storia millenaria della civiltà umana, che si traduce in guerre e conflitti, fino a quando, secondo una visione teleologica, non arriva il riconoscimento sociale di ciascun individuo. Quando ciò avviene, la storia si compie. Ognuno di noi, sostiene Kojève, ha il desiderio di essere riconosciuto dall’altro. Se pensiamo alla storia sociale del nostro Paese, all’evoluzione dal dopoguerra in poi – la ricostruzione, il miracolo economico degli Anni ’50 e ’60 – ci accorgiamo che la traiettoria di crescita economica si è coniugata con una parabola di inclusione sociale in cui ciascuno trovava una forma di riconoscimento, una legittimazione. La globalizzazione, da promessa di nuove opportunità di benessere per tutti, ora evoca uno spettro: il fantasma di un declassamento economico e sociale. Questo spiega sia l’evoluzione dell’ultimo ciclo politico, denominato sovranismo e populismo, sia slogan come “Make America Great Again”. Quell’again è emblematico: l’idea di dover tornare a essere un grande Paese risponde ai timori di non poterlo
più essere neanche in futuro.

Valerii parla di sovranismo psichico: prima che politico, infatti, è
un modo di pensare, un sentimento, è presente nel cuore e nella testa
delle persone. Sarebbe superficiale credere che i leader politici siano
semplici fomentatori della piazza.

In realtà incassano consenso per ché interpretano sentimenti disusi,
anche negli strati benestanti della società.
C’è un’importante componente identitaria che sentiamo minacciata, perché se siamo ‘scavalcati’ non siamo più riconosciuti per quei privilegi e traguardi per i quali le generazioni precedenti hanno faticato. Il rancore deriva dal fatto che si sono bloccati i processi di mobilità sociale, l’ascensore sociale si è fermato, il patto intergenerazionale che aveva funzionato dal dopo guerra in avanti si è interrotto. I giovani sono i primi nella storia recente a essere destinati a un futuro peggiore rispetto ai genitori. Un evento senza precedenti. Ciò alimenta l’inquietudine, il rancore per una tacita promessa che si avverte non poter più essere mantenuta.

Donald Trump, che ha raccolto più di 70 milioni di voti, lo ha capito.
Tanto è vero che la politica statunitense vive un paradosso: Trump appartiene a quello stesso partito repubblicano, liberale e liberista, a cui apparteneva Donald Reagan che più di 30 anni fa invitava Gorbacev ad abbattere il muro di Berlino e ad aprire le economie dei Paesi socialisti al resto del mondo. Era l’inizio del lungo ciclo di globalizzazione accelerata. Mentre oggi Trump fa rientrare nella politica i dazi internazionali, l’opposto rispetto alla ricetta classica del partito repubblicano. È questo rovesciamento che ci inquieta. È la fine di un’epoca.

L’epidemia ci dimostra che la comunità umana è una e che alcune questioni vanno gestite su scala globale, il ritorno al nazionalismo protettivo è fuori dalla storia. Ma sarà da vedere se prevarrà la dimensione emotiva della difesa identitaria o se invece sapremo farci guidare dal desiderio. Che in
fondo – spiegava Kojève – è sempre desiderio dell’altro.

Alberto Felice De Toni

Presidente della Fondazione CRUI
già Rettore Università di Udine
Fondatore del Movimento dei Cittadini

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