Meditazioni. Il senso dell’avventura umana secondo il filosofo Edgar Morin. Quando fraternità fa rima con fragilità

di Mauro Ceruti.

Un piccolo libro, ma di grande respiro, ci dà l’occasione per augurare a Edgar Morin un felice ingresso nel centesimo anno della sua vita. E ci dà l’occasione per riflettere sulle crisi e sulle potenzialità antropologiche del nostro tempo attraverso una meditazione sulla fraternità, dal cui desiderio Morin si è sentito trascinato a vivere e a pensare il «suo» secolo.

«Come non ho mai potuto vivere senza amore, non ho potuto vivere senza fraternità. Le mie esperienze di fraternità sono i momenti più belli della mia vita».

Queste poche, semplici parole riassumono meglio di ogni altro discorso il senso di una vita e il senso di un pensiero fra i più straordinari dell’ultimo secolo. Edgar Morin ha scritto opere filosofiche monumentali, ma, anche in questo caso, come in altri celebri, ha trovato nella scrittura breve il modo consono per accordare le sue parole all’ispirazione «poetica» che ha segnato i momenti decisivi della sua esistenza, più volte intrecciati ai momenti decisivi della storia dell’ultimo secolo, il «suo» secolo, e per tutti secolo di tanta «prosa».

Ma allora, la fraternità, perché?

«Ero figlio unico – scrive – orfano di madre a dieci anni e dunque adolescente senza madre, fratello o sorella. Provavo inoltre rancore verso mio padre che mi aveva tenuta nascosta la morte di mia madre quando io l’avevo capita sin da principio… I miei veri amici erano i libri e i film, e tuttavia mi lasciavano solo (…) La scoprii (la fraternità) al momento del disastro del giugno 1940, quando nel mezzo della caduta della Francia mi rifugiai a Tolosa…» E così, a partire da questa breccia collocata in cinque pagine nel cuore del libro, il senso di questa scoperta si manifesta nel racconto di un secolo di vita e di storia, dal centro di accoglienza degli studenti rifugiati a Tolosa durante l’occupazione nazista alle fraternità della Resistenza, con, fra li altri, Jacques-Francis Rollande e Victor Henri, e poi con i resistenti di Libération, Franc-Tireur, Combat, e poi ancora con i prigionieri di guerra e i deportati. «Vi furono certo conflitti – osserva – ma la fraternità che ci legava era dominante». Fraternità nata dal sentimento condiviso di perdizione e da una «compassione», come osserva don Luigi Ciotti nella sua emozionata prefazione, «che affonda le radici nella fragilità stessa della condizione umana». C’è stata poi la fraternità, estatica e di breve durata, della Liberazione di Parigi e della grande sfilata dall’Étoile alla Concorde. Come quelle, ugualmente vissute da protagonista, in Germania con la prima armata che vi entrò nel 1945, a Parigi nel Maggio 1968, a Lisbona nel 1974 con la rivoluzione dei garofani, a Berlino nel 1989 con la caduta del Muro. E poi le fraternità durevoli, come nella comunità di vita insieme per anni creata con Marguerite Duras, Robert Antelme, Dionys Mascolo; e quella con François Fejtö e Jean Duvignaud, nell’avventura della rivista «Arguments». La fraternità a San Diego «nell’esaltazione di una cultura love and peace». E poi ancora le «oasi fraterne» in Italia, senza le quali, scrive, «non avrei potuto cominciare e proseguire l’avventura del Metodo», la sua imponente opera filosofica. Fraternità, «momenti solari» che, scrive, gli hanno «riscaldato la vita lungo il cammino in un mondo prosaico».

Ma, nella poetica narrazione della sua vicenda personale, si nascondono anche il germe e il senso profondo del suo pensiero e della sua lettura del nostro tempo. Questo saggio è un piccolo gioiello di pensiero complesso, volto a comprendere sia l’antagonismo che la complementarità degli opposti, in questo caso l’antagonismo e la complementarità di concordia e discordia di cui è fatta l’esperienza stessa della fraternità. Esperienza ambivalente, e mai compiuta. Sì, perché il racconto che ne emerge, innanzitutto, non è quello di una fraternità irenica o idealizzata. La fraternità non può essere imposta da norme, come in certo senso possono esserlo la libertà e l’uguaglianza. La sua fonte, riflette, non può che essere nel bisogno dell’«io», che per fiorire ha bisogno di un «noi» e di un «tu». Ma questo bisogno isopprimibile non toglie che l’ambivalenza segni costantemente la fraternità.

L’ambivalenza è radicata fin nelle fonti più profonde della fraternità, che Morin colloca nella storia della vita e persino nella storia dell’universo. Come già voleva Eraclito, Concordia e Discordia sono all’origine di tutte le cose. Fin dalla nascita dell’universo, come oggi rivela la cosmologia contemporanea, e come è ben significato nei racconti antropo-bio-cosmici di Morin, che – osserva Sergio Manghi nella bella postfazione – sono «un ripensamento radicale della condizione umana, intesa come porzione della più ampia avventura del vivente sul pianeta Terra e dell’ancor più ampia avventura del cosmo».

Negli ecosistemi, le forze di unione, simbiosi, cooperazione sono in relazione di antagonismo e nello stesso tempo di complementarità con le forze di conflitto, distruzione e competizione. In fondo, scrive Morin, «ogni vita comporta il bisogno esistenziale dell’altro, che prende forma o predatorio-parassitaria, o associativo-simbiotica». E anche in ogni società, la solidarietà e la conflittualità sono in una relazione nello stesso tempo antagonistica e complementare. Dagli inizi della storia dell’umanità, troviamo proprio un nodo gordiano, complesso, di concordia e discordia, che Morin racconta come «relazione indissolubile tra Eros, che cerca sempre di unire, Polemos, che cerca sempre di contrapporre, e Thanatos, che cerca sempre di distruggere.

Così, la fraternità può essere chiusa o aperta. Come nella fraternità patriottica, che può essere suscitata dall’idea di nemico e chiusa nel nazionalismo, oppure aperta, quando riconosce piena umanità allo straniero e al rifugiato e quando riconosce sé stessa come parte dell’intera comunità umana. Questa drammatica ambivalenza si manifesta nella forma inedita che il senso della fraternità assume oggi, nel tempo della globalizzazione. Infatti, viviamo un grande paradosso. L’umanità intera è per la prima volta legata in una comunità di destino, definita da una possibilità inedita di «perdizione», di autodistruzione. Pericoli globali comuni la minacciano nel suo insieme, generati da un inedito e rapido aumento di potenza tecnologica e interdipendenza planetaria: armi nucleari, degradazione della biosfera… Ma, paradossalmente, in questo stesso contesto, che esige unione, ovunque dilagano episodi di chiusura e divisione. Nello stesso tempo che si sono realizzati innumerevoli processi di unificazione, si sono anche sviluppate formidabili disgregazioni, nazionali, etiche, religiose.

Morin si domanda: quale sarà il futuro? Incerto, risponde: scienza-tecnica-economia spingono la navicella spaziale Terra catastroficamente verso un collasso di civiltà ed euforicamente verso un transumanesimo che crea un uomo «aumentato» ma non «migliorato». Ma da parte sua delinea, per contrastare questa deriva, l’orizzonte di un umanesimo rigenerato, volto a sviluppare la coscienza dell’inseparabilità dell’unità e della diversità umana, della responsabilità umana nei confronti della natura vivente della nostra Terra-Patria, della comunità di destino di tutti gli umani. In questo orizzonte, scrive, «il dovere umanista si confonde con il dovere di fraternità» ed esige di «evitare l’illusione nella quale sono sprofondati tanti umani, che hanno creduto di agire in nome di Eros lavorando in realtà per Thanatos travestito da Eros, come quando la tirannide socialista si travestì da socialismo emancipatore.

Bisogna evitare l’illusione euforizzante che fa pensare che ogni fraternità maturata debba durare per sempre». Ed è proprio ciò, che rende la fraternità ancora più preziosa, perché «è fragile come la coscienza, fragile come l’amore la cui forza tuttavia è inaudita». Appunto, tutto ciò che non si rigenera, degenera. E la fraternità, lo scopo, non può essere concepito come un termine, ma «deve diventare il cammino, il nostro cammino, quello dell’avventura umana».

Auguri fraterni, carissimo Edgar.

Fraternità, perché?
Edgar Morin
Editrice Ave, Roma, pagg. 76, € 11

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