L’attivismo civico come risposta alla crisi della democrazia?

di Antonio Giolo.

Che il modello di democrazia cui eravamo abituati fino agli anni ’80 del secolo scorso sia in crisi nessuno può metterlo in dubbio. Vari e forti ne sono i segnali: il calo continuo dei votanti, l’affermarsi dell’anti-politica nei movimenti populisti, il crollo delle iscrizioni ai partiti, gli spostamenti elettorali destabilizzanti (ondate di consensi prima verso Renzi, poi ai 5 Stelle, infine a Salvini), il diminuito ruolo dello Stato che ha ceduto competenze a organismi sovranazionali e che è insidiato dalla richiesta di autonomie regionali. Le migrazioni, inoltre, hanno messo in discussione l’unità culturale del paese, per non parlare della denatalità e del venir meno dell’assetto tradizionale della famiglia.

Ci sono fattori che ancora più radicalmente stanno mettendo in crisi gli assetti democratici e costituzionali, basti pensare all’imporsi del pensiero unico neoliberista su scala mondiale con l’attacco ai fondamentali diritti politici e sociali, in particolare di eguaglianza e di libertà per tutti; i diritti sono visti come limiti e vincoli al dispiegarsi dell’iniziativa privata. Le multinazionali che dominano il web sono un esempio eclatante di creazione di “spazi collettivi” totalmente dominati da privati e con logiche di profitto spregiudicate.

Con questi temi di estrema attualità si confronta nei due recenti suoi volumi Giovanni Moro, “Cittadinanza attiva e qualità della democrazia” Carrocci 2015” e “Cittadinanza”, Mondadori 2019. La diagnosi è acuta, fondata su le analisi di autori come Richard Bellamy, Bryan Turner e Robert Dahl.

I due testi però non sono solo una descrizione degli aspetti più preoccupanti dell’attuale stato della democrazia, ma cercano di prospettare delle vie di uscita, delle risposte. E qui Moro si avvale non solo dei suoi studi di sociologia ma anche della sua lunga militanza nel Movimento Federativo Democratico prima e in Cittadinanza attiva, poi, di cui è stato segretario nazionale.

Dopo aver ripercorso la tre stagioni dei diritti, civili, sociali, politici e i tre approcci liberale-comunitario-repubblicano, individua tre elementi complementari, tuttora validi, di queste ideologie: l’appartenenza, i diritti e la partecipazione. Sono tre elementi basilari della cittadinanza come dispositivo di inclusione, coesione e sviluppo della società.

L’aspetto più importante dei due testi, ma anche il più problematico, soprattutto del primo, è il tentativo di risposta alla crisi della democrazia che Giovanni Moro delinea. Superando la “narrativa del tramonto” e parlando invece di “trasformazione” della democrazia, si sofferma a lungo a indicare una alternativa all’attuale impasse nell’attivismo civico. La mobilitazione dei cittadini nelle sue molteplici forme può ridare linfa alla democrazia. In questo senso il testo può essere considerato un catalogo di tutti i modi nei quali i cittadini si impegnano nella società. Sia con l’advocacy, cioè la tutela, la richiesta di diritti, sia con la fornitura di servizi nei diversi ambiti. Per cui si possono rivendicare i diritti dei migranti, i diritti delle donne, ma anche organizzare dei servizi a loro vantaggio.

Tre sono gli ambiti fondamentali di impegno dell’attivismo civico, secondo Moro: la difesa dei diritti, la promozione dei beni comuni, il sostegno agli svantaggiati.

Abbiamo usato il termine “attivismo civico”, ma l’autore sembra preferire “cittadinanza attiva”; a volte usa anche la dizione “azione civica”. Non riprendo tutti gli elenchi di tipologie di associazioni, dei campi di intervento: la scuola, la sanità, la solidarietà internazionale, l’ambiente, la protezione civile, ecc. La loro descrizione, come quella delle tecniche utilizzate, nei due testi è quasi sovrabbondante. Ciò che mi interessa trattare è il problema della sostenibilità della tesi di Giovanni Moro.

In linea generale credo si possa essere d’accordo, sebbene sia un po’ in ombra nel testo la focalizzazione della complessità della società attuale che ha ingenerato il cedimento degli assetti della democrazia come erano venuti configurandosi nel secolo scorso dopo la tragedia dei totalitarismi. Lo Stato, infatti, e le sue articolazioni negli enti locali, si trovano in grande difficoltà nel rispondere alle richieste di una società in cui non esistono più le classi compatte del fordismo, in cui si sono moltiplicati all’infinito i bisogni, le domande di cittadini non più alle prese con problemi di sopravvivenza, di necessità materiali, e educati all’etica del sacrifico e della rinuncia. Oggi pur pressate dalla necessità della ricerca del guadagno e dall’incertezza del lavoro, le persone, soprattutto i giovani, vivono come irresistibili l’attrazione del consumo, la ricerca del piacere, la mobilità territoriale, avendo a disposizione spazi crescenti di tempo liberato.

Lo Stato dovrebbe disporre di risorse immense per rispondere a tutte le domande dei cittadini e certo attivismo civico che si ostina a pretendere tutto dallo Stato finisce per “intasare” ancora di più il funzionamento della democrazia. Ecco perché sono benvenute tutte le forme di sussidiarietà, di attivazione dei cittadini che possono farsi carico di una parte delle risposte alle richieste di una società così multidimensionale, senza togliere allo Stato il compito di garantire i diritti fondamentali. Come scrivono Alberto De Toni e Eugenio Bastianon in “Isomorfismo del potere” ed. Marsilio 2019, pag. 201: “Quando la complessità  aumenta… non si può affrontarla centralmente, bisogna decentrare, puntare sulla partecipazione e sull’assunzione di responsabilità da parte di tutti. Serve intelligenza distribuita, interconnessa, auto-motivata e auto-attivata”.

Le innumerevoli esperienze di associazionismo, di volontariato, di comitati locali sono una risposta alla complessità della società attuale. 

Altri, però, sono gli aspetti discutibili nell’impostazione di Giovanni Moro. In primo luogo il fatto che l’attivismo civico, senza aggettivi, di per sé non è sempre buono e giusto; ci si può mobilitare anche per impedire lo sbarco di migranti o l’assegnazione loro di una casa, o per bloccare provvedimenti di risanamento ambientale o l’abbattimento dell’abusivismo edilizio. Al limite anche la Mafia è una forma di attivismo civico, ma Dio ce ne scampi. Per cui non si può attenuare la discriminante etica e sociale e non guasta, forse, aggiungere all’attivismo un aggettivo, ad es. solidale, o richiamare il “bene comune”.

Inoltre, se è vero che l’attivismo civico non sempre viene tenuto nella giusta considerazione, non convince fino in fondo un certo dualismo, una separatezza tra Stato e attivismo civico, per cui sembra che sia preclusa qualsiasi forma di osmosi fra i due livelli; quasi che fosse impossibile dall’associazionismo passare all’impegno politico nei partiti e nel parlamento, portando la ricchezza della propria esperienza di base, o, al contrario, arricchire l’associazionismo della propria presenza nelle istituzioni statali, senza ovviamente ricadere nelle vecchie cinghie di trasmissione.

Infine Moro privilegia chiaramente la cittadinanza attiva rispetto alla democrazia partecipativa o deliberativa, mentre forse è più produttivo considerarle complementari; del resto c’è assoluto bisogno di entrambe per prendere di petto l’attuale scollamento tra i cittadini e le istituzioni e ricostruire legami comunitari.

Antonio Giolo

Antonio Giolo

Componente il Consiglio di Amministrazione della
Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo
già Docente di Filosofia e Dirigente Scolastico
già Presidente della Fondazione Bocchi di Adria

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