Diario di un internato nei campi di lavoro nazisti

Presentazione del DIARIO di Rino Poli

Il 23 dicembre 2000 mio papà ci lasciò. Nei giorni seguenti ordinando le sue cose trovammo nel comodino un quaderno dalla copertina nera, i fogli  ingialliti, scritto a matita copiativa; c’erano conti, ricette, lettere di mia nonna Amalia, preghiere. Stavamo per buttarlo quando, girandolo ci accorgemmo che nella prima pagina della parte opposta iniziava un “piccolo riassunto del come e dove ho passato la mia vita militare, prigionia, e i diversi spostamenti”.  

Lo leggemmo con l’avidità di conoscere cose e fatti di cui mio padre non ci aveva mai parlato; solo in qualche rara occasione aveva accennato, ma molto sbrigativamente a episodi accaduti durante il periodo di guerra.

Fummo raggelati da quei racconti e provammo tanta amarezza per non avere più la possibilità di approfondire ciò che era stato scritto e vissuto e ci chiedemmo perché mio papà non avesse mai voluto farci partecipi di questo tratto della sua vita pieno di dolore, di ansie, di sofferenze.

Decidemmo di ricercare i luoghi menzionati nel diario e cosi’ appena fu possibile avere a disposizione un periodo lungo di ferie partimmo con il camper per la Polonia. Sapevamo solo che il lager era ad un centinaio di metri dalla fabbrica di Umberto Scite nel paese di Hoelinde in provincia di Kattovice. Non fu facile trovare la località perché subito dopo la guerra il nome tedesco del paese fu cambiato con un nome polacco che nessuno conosceva. Arrivati a Kattovice parcheggiammo il camper e ci spostammo con un taxi; prima andammo al Municipio dove nessuno sapeva darci indicazioni, finalmente un impiegato che parlava un po’ di francese ci indicò alcuni indirizzi a cui rivolgerci.

Dopo molto peregrinare all’Istituto della Resistenza trovammo le informazioni giuste di cui avevamo bisogno. Hoelinde si chiamava ora Lagiewniki e la stazione ferroviaria dove i prigionieri furono fatti scendere, dopo un estenuante viaggio iniziato ad Atene, che si chiamava Bismarat, era diventata Chorzow Batory.

Raggiungemmo immediatamente il paese di Lagiewniki. Per essere certi ci rivolgemmo alla parrocchia dove incontrammo tre signore anziane che parlavano tedesco e una di loro ci spiegò dove si trovava la fabbrica di autoblinde, ormai in disuso, confermandoci che lì lavoravano molti prigionieri italiani, turchi, slavi e che anche lei era stata alle dipendenze della ditta Umberto Scite. Infatti all’inizio del paese, attraverso un sentiero, tra erbacce e rovi trovammo degli edifici, alcuni abbandonati e fatiscenti, altri meglio conservati che costituivano il complesso industriale che sfruttava la mano d’opera dei prigionieri di guerra per pochi soldi.

Al ritorno della vacanza, dopo aver visitato la Polonia e le repubbliche Baltiche ripassammo da Lagiewniki per cercare nel cimitero le tombe dei due italiani, amici e compagni di lavoro di mio padre che erano deceduti: Bonfiglioli di Bologna morì a causa di una malattia non riconosciuta e quindi non curata, e Gastone Nalin di Legnago morì a vent’anni dopo tre giorni di forti dolori. In seguito si seppe che il medico del lager era un falso medico Non c’erano i nomi ma solo una stele in memoria delle vittime della guerra. Da ricerche successive, al rientro in Italia, abbiamo rintracciato il nipote di Gastone Nalin, che porta lo stesso nome e cognome dello zio, ed abita in zona Stadio a Verona. Gli abbiamo consegnato il diario di mio padre perché sapesse in quali condizioni è vissuto e morto lo zio in prigionia e nel contempo siamo venuti a conoscenza che la salma non è più nel cimitero di Lagiewniki ma che da pochi anni è stata trasferita dalle autorità polacche in Italia e ha trovato sepoltura, con gli onori militari a Legnago.

Paola Poli

Un piccolo riassunto del come e dove ho passato la mia vita
militare, prigionia e i diversi spostamenti.
di Rino Poli


Rino Poli comunista all’inizio, abbandonò il partito quando l’URSS invase l’Ungheria (1956), si iscrisse al Partito Socialista. Attivista prima del partito, poi del sindacato dei Ferrovieri della CGIL ed infine del sindacato dei Pensionati della CGIL. Ricoperse l’incarico di presidente nel Consiglio
di Quartiere, di consigliere nel Dopolavoro Ferroviario e segretario della Lega dei Pensionati del quartiere di Santa Lucia di Verona.


Il 5 maggio del 1938 mi presentavo al distretto militare di Verona per la visita medica della classe 1918. Idoneo.
L’anno successivo – precisamente il 30 maggio – mi presentavo al distretto militare di Verona per rispondere alla chiamata della mia classe.
Assegnato al 132° Reggimento Artiglieria per la Divisione Corazzata “Ariete”.
Dopo una giornata che sembrava non dovesse avere fine, in mezzo a tanta confusione, partenza per Rovereto (Trento).
Non descrivo questo primo giorno. Immaginate un giovane abituato vicino a sua mamma; ritrovarsi a dormire per terra, mangiare un po’ male e per di più sottoposto ad una rigida disciplina. Mi coricavo alla sera, sopra il mio giaciglio, stanco e demoralizzato.
Mi tornava alla mente quando mi lamentavo in casa. Allora i miei genitori mi dicevano: “..andrai sotto le armi, proverai cosa vuol dire sacrificio..”.
Mi addormentavo con gli occhi bagnati di lacrime. Alla notte sognavo. Sogni terribili, solo,
abbandonato, in pericolo, minacciato fino alla morte. Mi svegliava la tromba: corpo tutto indolenzito, più stanco che prima di addormentarmi. Adunate, controlli, formazioni di squadre. . . . . .
Così passavano i primi giorni, fra i più tristi che io ricordi. Dopo venti giorni ero vestito da militare. Quanta roba! Non sapevo come sistemarla. Tutto mi stava grande, mi sentivo impacciato a camminare. Comincia l’istruzione regolare. La giornata era suddivisa in diverse occupazioni. In poco tempo mi abituo: la vita divenne migliore. Mi sento orgoglioso di essere un artigliere. Ero a settanta chilometri da casa; licenze o permessi nemmeno
parlarne… una fuga. Una domenica mattina, d’accordo con un amico, piglio il treno. Il cuore mi batteva forte, come se mi mancasse la terra sotto i piedi. Immaginate la contentezza che provavo nel varcare la soglia di casa. Due mesi che ero partito, ma mi sembrava un anno. Abbracciavo la mamma che piangeva dalla consolazione. Ritorno la sera stessa, tutto è andato bene; nessuno si è accorto di nulla. Da allora la vita incomincia bella e spensierata, piena di giovinezza e salute.
Periodo di scuola guida. Ottengo la patente per la motocicletta, auto e trattore. Vengo inquadrato come operaio meccanico nell’officina reggimentale.
La mia grande passione per i motori in poco tempo mi porta ad essere in grado di eseguire riparazioni di una certa importanza.
Ai primi di agosto dello stesso anno 1939 il Reggimento si trasferiva sui Monti Lessini di Verona per il campo estivo. Giorni allegri e sani, sempre lavorando su riparazioni con l’indimenticabile carro officina modello 35. Sempre in quei giorni, due volte a Verona in motocicletta per acquisto pezzi di ricambi. Naturalmente mi permettevo, con grande soddisfazione, di fare una scappatina a casa. Vengo mandato persino alla FIAT di Torino
per l’acquisto di pezzi di ricambio. Da Erbezzo (Verona) partiamo per Torino per compiere manovre, che terminarono con una magnifica sfilata a Torino, al cospetto di Sua Altezza Reale Vittorio Emanuele III. Avevo così l’occasione di visitare questa bella città.
Rientravo a Rovereto verso la metà di settembre. Cinque giorni di licenza a Natale. Ormai ero un soldato del tutto formato. Il venti febbraio del 1940 andavo a Colle Isarco per compiere un corso di sciatore che durava quaranta giorni. Imparo molto bene a sciare.
Belle le montagne del Brennero; mi tempravo così ad ogni fatica. Alle gare di fine corso la mia pattuglia si classificava seconda, alla gara individuale mi piazzo undicesimo. Ottengo una licenza premio di otto giorni.
Ai primi di aprile, il Reggimento si trasferiva nel Friuli, a Casarsa. A venticinque chilometri (Sacile) avevo mio zio, così andavo a trovarlo, così come lui veniva a trovare me. Una domenica arrivano mamma e papà a trovarmi; poi un’altra visita da mia sorella. Lavoravo, perfezionandomi sempre di più: provare macchine e motociclette era la mia grande
passione. Talvolta esageravo, ricevendo di conseguenza, anche diversi rimproveri e punizioni.
Dal Friuli, con il Reggimento in piena efficienza, si raggiungeva Cuneo dove, nei pressi, erano scoppiate le ostilità contro la Francia.
Il 24 giugno la Francia capitolava, cosi che il Reggimento si ritrovava sul bergamasco in Villa D’Alme.
Dopo una decina di giorni passavamo in Val Brembana ad A???. Qui passo bei giorni, conosco parecchie persone, prendo qualche bella sbornia, con i dieci amici del carro officina ne combino delle belle, certi fatterelli che mai più dimenticherò. Una bella domenica passo a Villa D’Alme in occasione della visita di mia sorella e di una sua amica che più tardi diventa la mia fidanzata.
A quel tempo cominciavo ad accusare un forte dolore alla mascella destra. Vengo curato per qualche settimana dal medico del Gruppo senza esiti di guarigione. Ricoverato all’ospedale militare di Baggio (Milano), dopo otto giorni, il 10 ottobre, uscivo dall’ospedale per una convalescenza di 120 giorni. Vado a salutare i miei amici augurandomi che, allo scadere dei quattro mesi, mi sarebbe arrivato il congedo.
I diciotto mesi di leva erano già trascorsi.
Quattro mesi passano veloci.
Il 14 febbraio del 1941 mi presentavo all’Ospedale Militare di Verona dove mi prolungavano la licenza di altri sei mesi. Allo scadere di questi sei mesi venivo rimandato, abile, al Corpo. Nel frattempo il mio Reggimento era stato trasferito in Africa, così il 15 luglio del 41 passavo al 4° Reggimento Artiglieria d’Armata.
Per un breve periodo resto come settimanale all’ufficio matricola. Alla sera mi dilettavo a pescare e tutte le domeniche me ne andavo a casa. I dieci mesi passati a casa mi hanno fatto dimenticare la vita militare: non mi adattavo alla disciplina. Il disturbo alla mascella era passato, ma aveva lasciato un segno. Così stuzzico il medico finchè vengo ricoverato
all’Ospedale Militare di Verona il 27 settembre: ne esco per una convalescenza di tre mesi.
Il 2 gennaio del 42 mi presentavo al deposito del mio vecchio Reggimento in Rovereto. Vi ritrovo il mio vecchio maresciallo dell’officina, così a malavoglia ricomincio la vecchia vita di operaio meccanico.
Il 20 febbraio venivo mandato a Terni alla fabbrica d’armi per un corso d’armaiolo della durata di quaranta giorni. Parto la domenica che fioccava con un forte freddo, mi fermo a casa per qualche ora.
Arrivo a Terni il lunedì con un sole meraviglioso: sembrava primavera.
Bella cittadina Terni. Ero ospitato in una caserma della fanteria, con un grande capannone. C’erano soldati di ogni Reggimento. Si facevano otto ore di teoria e pratica sulle armi portatili. Non era una brutta vita, ma mi sentivo molto lontano da casa. A quel tempo mi ero fidanzando, contavo i giorni che non passavano mai. Pure a Terni son fatto qualche giorno di prigione, facevo tutto di malavoglia. Dopo un esame con esito favorevole, ritorno a Rovereto, fermandomi a casa per sette giorni, passando…
Passo un’estate bella. Di domenica, quando non andavo a casa, ero sul lago di Garda.
Avevo con me la bicicletta, passavo così giorni discreti mentre il mio Reggimento si batteva in Africa. Di tanto in tanto rientrava qualche mio amico: che fortuna avevo avuto io, schivando l’Africa.
Nel frattempo venivo promosso caporale maggiore. Ho un mese di licenza, rientrando da Terni. Nel settembre un altro mese di licenza. Così non poteva andare, troppa bella vita.
Nel dicembre una circolare ministeriale levava dai depositi i cosiddetti imboscati.
Così il 15 dicembre sempre del 1942, venivo trasferito al 6° Reggimento Artiglieria Guardia Frontiera per istruzioni celeri. Vita orribile. Istruzioni tutto il giorno, manovre sotto l’acqua e
neve, marcie forzate, mi si erano gonfiate le mani per il forte freddo. Incontro mio fratello
Mino che era del Genio che veniva trasferito a Bologna.
Ritorno a Rovereto e il giorno successivo, 20 marzo, vengo trasferito effettivo al 4° Reggimento Artiglieria Contraerea a Mantova.
Il passaggio era per una batteria costiera in Liguria. Preferisco rimanere provvisorio a Mantova alla 1439 batteria contraerea destinata ad Atene. Qui mi trovavo bene erano tutti richiamati della classe 1907. Fra ordini e contrordini finalmente il 3 maggio saluto per l’ultima volta la mia famiglia e la mattina del 4 maggio si parte per Atene.
Era una giornata nuvolosa, i soldati pensierosi e malinconici. La mia mente era occupata da due pensieri in contrasto: il dispiacere di allontanarmi dalla famiglia e la curiosità di vedere la Grecia di cui sentivo parlare da mesi.
A Mestre si completa il convoglio con altre batterie.
La mattina successiva si era di già a Lubiana. Il viaggio era bello ed emozionante. Tante cose nuove ho visto. Nuova gente, altri costumi, altri modi di vivere. Si parlava di ribelli, di attacchi ai treni, massacri, ponti abbattuti, ecc.. Vedo di tutto questo, tranne che i ribelli.
Arrivo ad Atene a mezzogiorno del 16 maggio. Trovo Atene tutta diversa da quella che pensavo.
Il sole batteva sulla città e la faceva apparire tutta bianca. Le case, che dal treno si potevano distinguere, erano piccole e malandate, alla stazione nulla di lussuoso come immaginavo io. Smontiamo e fuori della stazione, in una specie di caserma si fa bagno e disinfezione. Saliti poi su macchine dell’autocentro, veniamo portati al Pireo, passiamo per
il porto, dove erano attaccati al molo centinaia di piccoli velieri, qualche nave tedesca e italiana, e mezzi d’assalto. Tutte cose nuove per me che mi destavano grande meraviglia.
Il Comando tedesco ci trova alloggio in rozze case vicino ad una loro batteria, a Castello, da dove si dominava tutto il Pireo e dintorni. Siamo stati tre giorni in un albergo pieno di cimici finchè facevano la disinfestazione alle case. Incominciamo così l’istruzione a questa batteria tedesca che a sua volta si doveva prendere in consegna. Io venivo assegnato ad una piccola officina tedesca, alla riparazione del pezzo da 88/55 e altri strumenti, con me avevo altri cinque soldati.
Devo confessare che ho passato tre bei giorni. Sempre insieme ai tedeschi andavo riparando pezzi delle loro batterie del circondario di Atene e del campo d’aviazione. Tutti i giorni dalle una alle quattro andavo al mare, trastullandomi con una bella barchetta. Alla sera si andava per “tabarè” ove si trovava ogni divertimento. A me piaceva curiosare qua e là trovando tutto nuovo rispetto alla vita conosciuta in Italia. Visito l’Acropoli e tutta Atene, trovandola una bella città.
Ai primi di giugno indossavo i gradi di sergente, e in occasione, con gli amici prendo una bella sbornia – né la prima nè l’ultima, ma in Grecia non ero abituato a bere molto.
Il 25 luglio, dopo la caduta di Mussolini, i tedeschi non ci volevano più nell’officina così passo a fare il motociclista, vita veramente bella per me, per la grande passione che tengo per la motocicletta.
Ricevevo regolarmente posta da casa e dalla fidanzata, con qualche con ?????? qualche pacco.
La sera dell’8 settembre, alle ore 10, uscendo dal cinema due miei amici mi aspettano e mi danno la notizia che l’Italia aveva deposto le armi. Non ci credevo proprio, cento pensieri mi passavano per la testa, era presagio di tristi avvenimenti. Quella notte non si dorme. I tedeschi rinforzano le guardie, i Greci ci dicevano di non aver paura, dicevano che sarebbero corsi in nostro aiuto in ogni momento.
La mattina del 9 faccio regolarmente il mio servizio, portando il dottore alla visita per le batterie. Ovunque tirava una brutta aria. Nel pomeriggio vado al Comando in Atene a ritirare un messaggio che il Maggiore a sua volta spedisce alle batterie, pregandomi di consegnarlo direttamente nelle mani dei comandanti.
La mattina del 10 facciamo sparire il nostro magazzino prima che lo facciano i tedeschi: si dà tutto ai greci. A mezzogiorno, mentre stavo al mio comando, una pattuglia di tedeschi circonda il palazzo, dobbiamo consegnare le armi, mi portano via pure la motocicletta.
La mattina dell’11 si parte con tutto il corredo e si va ad Atene, la tenda piantata vicino alla caserma dei Granatieri. Donne e bambini piangevano vedendoci partire tanto si erano affezionati a noi. Fino al 15 si mangiava e si beveva, soldi ne avevamo da buttare via, tutti avevamo venduto qualche cosa presa dai magazzini.
La mattina del 15 si va alla stazione, i signori tedeschi, i camerati di ieri ci scortavano con i fucili e mitraglie, ci dicevano “Andate in Italia”.
Fra di noi c’era allegria, ormai la guerra era finita. La sconfitta per noi era una vittoria.
E’ stata una guerra senza ideale, una guerra contro la volontà, un sacrificio odioso e insopportabile.
Finalmente il giogo era spezzato, la libertà la pace era arrivata.
Mussolini e il suo maledetto partito abbattuto per sempre.
Si parte che il sole era cocente. Si lascia alle spalle la bianca città, sperando di vedere per
l’ultima volta quel golfo, quel mare che per tre mesi mi ha ospitato e dato tante ore di
svago.
Innanzi a noi già decine di treni correvano carichi di soldati italiani, rincorsi dalla triste vita a cui andavano incontro. Erano treni formati da ogni sorta di vagoni, il mio vagone era lungo, scoperto, adibito al trasporto di pali o materiale del genere.
Il viaggio fu lungo: giornate intere fermi in piccole stazioni, i greci accorrevano al treno portandoci i frutti della loro terra.
Si passa Salonicco. A Belgrado, alla richiesta, da parte tedesca, di “Chi vuol combattere al nostro fianco?” nessuno risponde. Qualsiasi cosa, ma non più combattere al loro fianco. Si parte per Budapest. Si comincia a dubitare, non si va in Italia. Un po’ prima di Vienna si
viene passati in rivista, la pistola viene tolta a tutti gli ufficiali. A quei disgraziati vengono tolti i migliori oggetti: scarpe nuove, orologi, macchine fotografiche e altre cose.
A mezzanotte si transita da Vienna con l’acqua che scende a dirotto. Avevano coperto il vagone con teli da tenda, ma entrava acqua da molte parti. Ogni speranza per l’Italia era spenta, si andava su su verso l’alta Germania, verso la prigionia. I cori dei giorni precedenti si erano spenti, tutti pensierosi e malinconici, qualcuno piangeva. Gli ultimi giorni di viaggio sono stati ????????? per cinque giorni, siamo scesi dal treno la mattina del primo ottobre, avendo avuto da parte tedesca due zuppe e duecento grammi di pane.
Due chilometri a piedi e si entra in un lager. Ci sono già alpini e avieri che ci salutano.
Siamo in Prussia Orientale nei pressi di Prasten. Il lager era formato da capanne interrate a metà e poco buone.
Io, per fortuna, come sottufficiale vengo sistemato in baracca. Il giorno seguente arrivano altri italiani: ora eravamo al completo, complessivamente undicimila italiani. Mattina e
pomeriggio adunata, domande su domande, per farci tornare a combattere promesse di ogni genere. Minacce di vita dura, in caso contrario: lavori forzati, miniera ecc., ma nulla
vale a convincerci. Qualunque sacrificio, ma “mai combattere a vostro favore”. Comincia così la vita triste, la dura prigionia. Una minestra di patate a mezzogiorno, due chili di pane in quindici alla sera. Qualcuno non resiste alla fame, mangia bucce di patata.
Ci prendono nomi, ci danno un numero (25078), ci trattano peggio degli animali, sempre con la pistola in pugno. Comandava il campo un maresciallo tedesco chiamato il Crani, il più sciagurato uomo che io abbia mai conosciuto.
L’otto ottobre arrivano tre o quattro civili, ci comprano un po’ ciascuno e in giornata si parte. Rinchiusi in vagoni si viaggia tre giorni. Si scende a Bismark, nei pressi di Kattovizt.
Un chilometro di strada e si entra in un lager, formano dei gruppi e due ore dopo in duecento si riparte a piedi. Si arriva in un piccolo lager ad un centinaio di metri da una fabbrica. Siamo alle dipendenze della fabbrica di Umberto Scite, al paese di Hoelinde, provincia di Kattovizt.
Sistemati discretamente in baracche, divoriamo quelle quattro patate, confesso, senza sbucciarle. Finalmente, dopo più di un mese, posso dormire discretamente.
La giornata seguente i capi reparto vengono a cercare i diversi mestieri. Io, che in un primo tempo, mi ero dichiarato contadino, con la speranza di andare in campagna, ora mi sono iscritto come saldatore elettrico. Il tredici ottobre, per la prima volta, entro in fabbrica.
Era una fabbrica discretamente grande, ma poco organizzata.
Vengo mandato a scuola di saldatura con altri otto italiani, fra questi anche Dal Cero Giuseppe, veronese, con il quale siamo insieme da anni.
La scuola è un locale con banchi separati uno dall’altro da una lamiera, otto macchine elettriche, tra i maestri c’era un vecchiotto alto e secco sulla cinquantina d’anni di origine polacca, ma fatto tedesco, come pure il personale civile della fabbrica. Alla scuola c’erano pure una quindicina di ragazze sui vent’anni che scherzavano volentieri con noi e ci davano qualche pezzo di pane.
L’orario di lavoro era dalle sei alle diciotto, con pausa di tre quarti d’ora a mezzogiorno per mangiare.
I venti giorni di scuola non furono brutti, però c’era il tormento della fame. Il cibo che ci davano era troppo poco e non buono: a mezzogiorno quattro patate con due cucchiai di una certa pappina fatta con una polvere gialla.
Le patate venivano date con la buccia ed il più delle volte non si sbucciavano. Alla sera un litro di minestra. Per minestra s’intende rape tagliate a pezzetti cotte in acqua pura, con un condimento di mezzo chilo di margarina per duecento litri di acqua. Garantisco che i nostri maiali non l’avrebbero mangiata, La razione di pane era di trecento e trenta grammi, un giorno la settimana un cucchiaio di marmellata, un altro giorno la settimana cinquanta grammi di margarina. Io credo questo basti a un uomo per non morire di fame, ma non ad un uomo che deve lavorare dodici ore.
Il morale era bassissimo, uno scoraggiamento tale che pochi giorni bastano per trasformarci completamente.
Se i tedeschi non ci avessero obbligato, nemmeno la barba ci saremmo tagliati.
Quante umiliazioni, quanti maltrattamenti. Solo chi ha provato la prigionia sotto i tedeschi può capire quanto sia triste quella vita. Contati e ricontati tante volte al giorno, tutti credevamo di non resistere, il fisico si indeboliva giorno per giorno. Il pensiero dei familiari non mi abbandonava un momento. Un giorno stavo lavorando con due tedeschi che seguitavano a dirmi che la guerra sarebbe durata molti anni e che se io non avessi
combattuto al loro fianco sarei morto di fame, e non avrei più visto la mia famiglia………
Ricordo bene: ci rimasi così male da scoppiare in un pianto dirotto. Provavo un tale dolore al cuore che mi sembrava scoppiasse. Quanta cattiveria, quanta crudeltà nei tedeschi, non paragonabili a nessun altro popolo. La vita ogni giorno andava di peggio in peggio, il solo conforto era portato dalle donne polacche, dal loro buon cuore: ragazze che si toglievano il
pane di bocca per darlo a noi. In noi ogni orgoglio era sparito: si pigliava il pane come mendicanti, quando tendevamo la mano.
Non potrò mai dimenticare una ragazza, una vera polacca sui ventitre anni che per ben nove mesi, ogni giorno mi ha dato due fette di pane, e nelle feste principali anche dolci, qualche frutto, sigarette e tabacco, e ben sapevo quanti giri doveva fare per farmeli avere, perché era severamente proibito parlare con noi e ancor più darci qualche cosa.
Quanto amore nella popolazione polacca! Centinaia, direi migliaia di italiani sono stati salvati da questa gente. Erano razionati pure loro, perciò quanto davano a noi lo toglievano dalla loro bocca.
Passarono così i primi giorni fra umiliazioni e maltrattamenti. Italiani assegnati a lavori pesanti che malgrado tutta la buona volontà non riuscivano a compiere e venivano, perciò, bastonati, presi a schiaffi, messi in prigione. Si pensava alla fuga, ma troppo lontana era l’Italia; qualcuno ci provava, ma veniva ripescato e ritornava malmenato al lager.
Nel mese di dicembre comincio a lavorare anche di notte, una settimana di giorno e una di notte. Il peggio del peggio: oltre alla fame si soffriva il sonno. Di giorno si dormiva poco: pulizia alle baracche, adunata, controlli, italiani che facevano le otto ore disturbavano il sonno.
Eravamo tutti nervosi, per nulla scoppiavano discussioni e baruffe.
Si litigava per la divisione del pane, per la stufa, per il posto in branda. In una parola non c’era mai pace.
Qualcuno si ammala. Il dottore non capiva nulla e non guardava nessuno a meno che non avesse la febbre. Nella settimana di lavoravo notturno, spesso, di giorno invece di andare a dormire me ne andavo in cucina a sbucciare le patate e a pulire le rape…
Quanto sonno ho patito, di notte poi non mi reggevo in piedi; alla mezzanotte nei tre quarti d’ora di pausa, mi sdraiavo a terra, mi svegliava il mio capo e barcollando come un ubriaco, ricominciavo a lavorare con gli occhi gonfi.
Quante volte mi addormentavo sopra l’autoblindo che saldavo in posizioni più o meno scomode! Passava il mio capo, schiacciava il bottone elettrico, l’autoblinda fissata su pistone circolare girava, e io mi svegliavo mentre stavo precipitando a terra, pieno di paura.
Al mattino si ritornava in baracca, per colazione avevamo un po’ di rape acide che avanzavano la sera. In che condizioni era ridotto lo stomaco! Dopo aver mangiato non ci si sentiva gonfi, pesanti, poi vuoti, un vuoto che trascinava a terra, una debolezza che faceva morire. Nel mese di dicembre una bruciatura alla spalla destra mi fece rimanere in baracca per un paio di settimane. Il ventuno dicembre il lager era in lutto. Un italiano, un soldato
della mia batteria in Grecia della classe 1907 di Bologna di nome Bonfiglioli rendeva l’anima a Dio. Quel disgraziato dottore non seppe riconoscere il male: quel poveretto, bruciato dalla febbre alta e tormentato dai dolori, morì come un cane rabbioso.
Quanto dolore in tutti noi. Lui era il primo che preparava la strada a tutti noi. Ciascuno di noi pensava che quella fosse la sorte che ci aspettava. Farti ??? triste, morte oscura, abbandonato da tutti, lontano dai familiari. Dopo due giorni la salma fu messa in una cassa e portata via su una carretta di campagna senza nessun conforto religioso. Quattro amici più stretti gli hanno scavato la fossa, in un angolo del cimitero del paese per seppellirlo.
Arriva Natale, un giorno come tutti gli altri. Non di lavoro. L’unica grande soddisfazione era avere una cartolina per scrivere a casa. Da oltre quattro mesi non davamo notizie alla famiglia.
Passa la settimana, arriva la festa del capodanno. Quanta malinconia! Il pensiero a casa non mi lasciava un momento. Come miglioramento al rancio un po’ di pane bianco e per quel giorno non ci danno rape. E alla sera chiusi a chiave nella baracca – perché il doppio recinto di reticolato con sentinelle attorno non bastava – alla sera venivano chiuse le baracche con un catenaccio all’infuori.
La sera del trentuno dicembre diciotto persone, sedute in cerchio attorno alla stufa, ci si raccontava di feste e belle cene fatte negli anni addietro.
Quanta differenza: ora eccoci qui pieni di fame, privi di ogni conforto, maltrattati, umiliati, considerati traditori. Non eravamo più uomini, tre mesi sono bastati per trasformarci completamente. Il corpo sciupato, lo spirito abbattuto, spenta ogni speranza per il domani.
Ci domandavamo chi avrebbe potuto resistere.
Ma il pensiero di casa, della famiglia, della mamma, papà, sorelle, fratelli ci infondeva coraggio, sapevamo che quelli non dimenticano.
Bisognava vivere per loro, lottare, oltre ogni limite, per loro. La Patria ci aveva dimenticato, i nostri comandi superiori ci avevano abbandonato, venduto, ma le nostre famiglie no, eravamo sicuri, loro ci tenevano nel cuore, ci tenevano presenti nelle case, specie in quelle cui eravamo vicino, a loro più che mai.
C’era poi la speranza che quella guerra non sarebbe potuto durare molto. I polacchi ci davano continuamente notizie, odiavano pure loro i tedeschi. Ogni giorno avevano notizie per noi, pure di quelle inventate di sana pianta, tutto per vederci contenti, alti di morale e capaci sopportare la dura prova.
Seppur triste, a capodanno non è mancato il buon umore: un coro prima in sordina, poi alto e possente faceva tremare la baracca.
Qualcuno che si era arrischiato a rubare qualche patata, la faceva arrostire e preparava parca cena per la mezzanotte, altri facevano seccare le bucce di patata, trasformandole in tabacco. A mezzanotte ci siamo svegliati tutti e ci siamo fatti gli auguri: che il nuovo anno 1944 sia portatore di pace.
Al primo dell’anno riceviamo una seconda cartolina per scrivere a casa.
Ricominciamo il lavoro del nuovo anno, quello che i tedeschi definivano “della loro vittoria”.
Per me l’anno cominciava male: mentre saldavo il davanti di un autoblinda si rovescia e mi investe in pieno. Faccio un salto indietro e, fortunatamente, solo un piede rimane sotto.
Per la ferita riportata, resto ricoverato in infermeria una ventina di giorni.
Una baracca era adibita ad infermeria. Il medico veniva qui a visitare a quelli che non potevano camminare, altrimenti la visita veniva fatta nella baracca dei francesi che distava duecento metri. Il dottore era un belga che parlava francese. Quando scappò, si seppe che non era dottore.
Qualcuno non stava più in piedi, e ridotto allo scheletro veniva mandato ai campi di concentramento dove non lavoravano (e, come si diceva, si andava ad aspettare la morte). Il ventun gennaio – alle quattro del mattino – il lager è ancora in lutto.
Un giovane del 20, Nalin Gastone di Legnago (distretto di Verona), intimo amico mio,
cessava di vivere. Tre giorni di malattia bastano a stroncargli la sua ormai debole vita. Da quel finto dottore non si seppe di che male morì.
Confesso che, in vita mia, mai ho sentito dolore come davanti alla salma di questo mio amico. Pensavo alla povera mamma sua che non l’avrebbe rivisto più.
Lo sconforto e lo scoraggiamento andavano sempre più aumentando. In un mese altri due morti, altri mandati al campo dei “fuori uso”, all’infermeria sempre ricoverati.
La vita per noi non contava più nulla, la fine nostra sembrava segnata.
Ci si confrontava uno all’altro, ai più robusti si davano più giorni di vita.
Le umiliazioni aumentavano di giorno in giorno. I capi reparto si lamentavano con i tedeschi che comandavano i lager per qualsiasi fesseria da noi commessa. Allora erano dolori: una volta in baracca, erano botte senza pietà. Io mi sono sempre sforzato di fare del mio meglio per non essere battuto, molte volte ho pianto nel vedere i miei amici battuti.
Io credo che la crudeltà tedesca non abbia pari. Un po’ più soddisfacenti sono stati i funerali della seconda vittima, svolti secondo le regole militari e civili.
Gli uomini, che non di lavoro, si trovavano in baracca hanno potuto accompagnare il feretro al cimitero. Il sacerdote del paese è venuto a benedire la salma, la cassa messa sopra un carro funebre, due ghirlande, una nostra, l’altra della fabbrica abbellivano il breve corteo. Un picchetto armato tedesco sparava le tre scariche a salve del saluto militare.
Con le mie mani aiuto a deporre la cassa nel fosso, poi diciamo una preghiera e diamo l’ultimo saluto.
Lo seppelliamo a fianco del Bonfiglioli.
A quei tempi un’odiosa propaganda di stampa settimanalmente ci faceva conoscere quello che succedeva in ITALIA. A nulla credevamo di tutto quello che si diceva. Due erano i giornali. Il “Camerata”, settimanale creato per il lavoro italiano in Germania e il nostro giornale, ossia per gli IMI, Italiani Militari Internati, chiamato “la voce della patria”, ma senza eco, senza ripercussioni era una voce odiosa, insopportabile, tessuta di chiacchiere e di illusioni.
Parlavano di ricostruzione, di divisioni messe in piedi come per incanto, esaltavano la repubblica.
Giovani che davano la vita per cancellare l’onta del tradimento di Badoglio. Mussolini che ricostruiva l’Italia. Graziani che animava i giovani e li trascinava al combattimento.
Tanti e tanti altri nomi che occupavano alte cariche nella repubblica e tutti lavoravano per la liberazione e la ricostruzione d’Italia.
Un certo maggiore italiano in Germania di nome Carlo Sircana, dopo i suoi viaggi in Italia, scriveva, fra tutte le altre chiacchiere, di aver avuto l’occasione di parlare con mogli di internati in Germania e riportava che esse avrebbero detto: “Mi sembra impossibile che mio marito, che è sempre stato un buon patriota, s’accontenti di morire di fame in un lager
anziché accorrere in Patria a combattere per la liberazione della sua terra. Perché è diventato così testardo? Non sente più l’amore per la famiglia? Lo facesse almeno per l’avvenire di queste due sue creature..”
Lo potessi incontrare io quel disgraziato, venduto per un pezzo di pane, per non aver saputo resistere alle umiliazioni, ai sacrifici, alla fame.
Molta fu la propaganda fatta a noi in quei tempi tanto tristi. Alle spinte continue per il volontariato, qualcuno del mio lager cedette. Su un totale di cento cinquanta nomi una decina si convinsero, non per idee repubblicane o fasciste, ma per sottrarsi a quel martirio, a quell’agonia. Non furono poi accettati perché il numero era troppo piccolo.
Per mio conto non avrei mai accettato, morire piuttosto di fame, accettare voleva dire
essere traditori della Patria, ammazzare i propri fratelli.
Intanto la guerra continuava, i tedeschi tenevano duro. La domanda era sempre quella:
quanto durerà ancora?
Il lavoro veniva raddoppiato, sotto la frusta l’italiano, il francese, il polacco, l’ucraino lavorava giorno e notte: da che siamo entrati noi in fabbrica tutto s’era trasformato, perfezionato e moltiplicato il lavoro.
Eravamo in pieno inverno, fortuna non si soffriva il freddo.
Malgrado fossimo mezzi nudi, perché buona parte del corredo era stato venduto per il pane, di freddo non si soffriva perché si lavorava in fabbrica, tutta riscaldata.
Terminato il lavoro cento metri e si era in baracca, molto bene riscaldata. La cattiveria del soldato tedesco voleva però che si soffrisse anche il freddo, perciò tutte le sere alle sette veniva fatto il contrappello.
Bene inquadrati in cortile venivamo contati, guai se uno ritardava anche un solo momento al suono del fischietto, o se veniva con il bavero del colletto all’insù.
Non si poteva dire una sola parola. Quante volte per una semplice irregolarità si doveva rimanere fuori per ore ed ore, più era freddo e maltempo, più quei disgraziati si divertivano a farci soffrire.
Ci facevano marciare giri e giri attorno al cortile, ci facevano cantare, immaginate che voglia avevamo noi di cantare, pieni di fame e stanchi morti.
Questo non era tutto, dovevamo sdraiarci sopra la neve con il ventre a terra. Non esagero, c’era da diventare pazzi. Si piangeva, si imprecava contro il cielo, contro tutti, in una parola ci si augurava di morire.
Qualcuno stanco oltre ogni limite, e persa la pazienza, provava a ribellarsi.
Solo chi abbia visto una scena del genere può credere a quale crudeltà può giungere un uomo; io credo che il più malvagio uomo del globo terrestre non sia crudele come il tedesco.
Dico che sarebbe preferibile un colpo di pistola ad una simile tortura. Ero stanco, stanco oltre ogni limite, quando mi veniva l’occasione di fare un dispetto in fabbrica, non mi lasciavo sfuggire l’occasione: lavori sbagliati, atti di sabotaggio.
Un giorno vicino al mio posto di lavoro appena ??????? messa in piedi, faccio di tutto finchè la rovescio.
Si sfascia completamente, non possono dirmi nulla, la colpa è di una gru che non funziona bene, quella che mi aveva fatto male al piede.
Altre volte ho danneggiato materiale: per poco non finivo ad Oviz, luogo di punizione chiamato il Lager della Morte. A quel tempo commetto un’imprudenza che per poco non ci
lascio la vita.
Lavoravo di notte, come ho detto precedentemente. Al mattino, invece di andare a dormire, andavo a lavorare in cucina per guadagnarmi qualche patata.
Avevo stretto buona amicizia con le quattro donne tedesche che facevano da mangiare; ma il sonno che pativo era da non credere, alla notte non mi reggevo in piedi.
Una notte, morto dal sonno, per dormire vado a nascondermi dentro un forno che serviva per far rinvenire le autoblinde già saldate. Veniva riempito dopo la pausa della mezzanotte. Se non che io non mi sveglio. Il carrello carico viene spinto nel forno (una specie di locale tutto buio). Dio vuole che una ruota del carrello si fermi contro il mio piede mi trovavo nel fondo- mentre stavano chiudendo la porta. Faccio un urlo con tutto il fiato
che potevo avere. Mi sente un polacco, che stava chiudendo la porta. Un secondo di ritardo sarebbe stato fatale.
Esco senza riuscire a dire una sola parola. Da quel giorno, ogni volta che guardavo quella porta mi sentivo un battito al cuore. Tutta la fabbrica ne parlò per molto tempo.
Quello che non manca in prigionia sono le tute da lavoro; per il mestiere che avevo io non mi duravano più di un mese. Il comando tedesco ci passava gli indumenti per il lavoro.
Come pure – di tanto in tanto – la fabbrica ci passava una tuta, che, il più delle volte, mi vendevo per il pane.
Il mercato nero. Dico solamente che qualcuno è arrivato a vendersi persino l’unica camicia che gli era rimasta.
I polacchi sono per maestri di “irregolarità annonaria”. Al mercato nero circolano migliaia di tagliandi per l’acquisto del pane: si dice vengano da Varsavia, di sicuro dalla Polonia.
Italiani, francesi, ucraini poi inglesi ne fanno grande commercio. Come pure di tabacco.
Tutto era buono, dall’orologio all’oggetto più insignificante. I polacchi erano stati spogliati di tutto, compravano da noi qualsiasi cosa.
I tedeschi che comandano il mio Lager vengono a saperlo e perciò ci passano in rivista all’uscita e all’entrata dal Lager. Quanti stratagemmi per portare dentro il pane! si nasconde nei pantaloni, nelle maniche della giacca, in mezzo a fasci di legna, nel fondo di sacchi di carbone.
Ogni tanto qualcuno viene scoperto e allora sono botte.
Ma l’intuito del tedesco non arriva mai a superare la genialità dell’italiano, che ogni giorno ne inventa una di nuova per riuscire nei suoi traffici.
In fabbrica c’è una cucina che serve un pasto a mezzogiorno ai civili. Quando arrivano i vagoni di patate mandavano gli italiani a scaricarle, quelli adibiti ai lavori di facchinaggio.
Davanti agli occhi dei “Polizai“ si fanno sparire interi sacchi.
Una volta mi azzardo a tentare un colpo pure io, ho sfortuna, mi prendo uno schiaffo che
mai più potrò dimenticare.
Quante ne combinano gli italiani nei magazzini di quella cucina! Da scrivere un romanzo: costruite chiavi false, scassate porte, persino il tetto viene bucato per entrare.
Una settimana, che lavoravo di notte, un mio amico mi convince a tentare un colpo. La fame vince la paura: usciamo dal reparto a mezzanotte, è buio, non si vede ad un metro di distanza, piove appena. Strisciando dietro ai muri, arriviamo al magazzino delle patate.
E’ una casa bassa, con il tetto che serve da terrazza, sappiamo che ci deve essere un buco.
Cerca e ricerca sul tetto ai tre lati della piccola casa, il quarto lato è attaccato al fabbricato.
Finalmente palpando, un mattone cede sotto le mani, si scosta…. buco trovato, ma ahimè delle patate ne erano già state rubate molte, così con le mani non ci si arriva.
Cerchiamo un bastone e con questo, pazientemente, si tirano fuori dal buco e ci riempiamo per bene il ???? e i pantaloni. Nel ritorno non si riesce quasi a camminare, le patate nei pantaloni impediscono le articolazioni delle ginocchia. Passando dietro le garitte delle guardie, disposte qua e là nell’interno della fabbrica, arriviamo al nostro reparto, mentre gli altri hanno appena iniziato il lavoro.
In tutto abbiamo impiegato meno di un’ora. Le abbiamo nascoste nei nostri sgabuzzini, siamo contenti: sono un bel mucchietto, in due superano i venti chili.
Il pericolo però non è finito: ora il problema è portarle nel lager.
Io, a dire il vero, ero ben visto dai tedeschi; la rivista mi veniva fatta molto di rado.
Pensa e ripensa finalmente ho risolto di portarmene cinque o sei alla volta.
Lavoravo con due grossi guantoni: così rientrando in baracca tenevo un guanto per mano con un po’ di patate per guanto. Qualche volta il tedesco mi ha guardato, ma mai poteva pensare di guardare nei guanti. Per un po’ di tempo mi è sembra di essere un signore: non soffro la fame.
Però, in cambio della fame, soffro di un’acidità di stomaco proprio terribile; di quegli sputi di acidità alla gola da far venire le bave alla bocca Quanto era brutto quando era proprio forte!
Tutti soffrono di questo male. Che giorni, che vita triste, solo chi ha provato può capirlo.
Quando si dice mai, mai un momento di quiete, un inferno continuo, un dolore senza
pausa.
Ci si alza al mattino più stanchi che alla sera, avviliti più di un cane rabbioso, la notte non si dorme che un’ora.
Le cimici. Iddio potesse maledire questo terribile insetto, a noi poveri prigionieri rovina anima e corpo.
Il fuoco dell’inferno non deve essere così tormentoso. Ogni due o tre mesi i tedeschi cercano di distruggerle con la disinfezione. Otto giorni di pace, e poi peggio di prima ritornano all’attacco più avide di sangue. Sono centinaia, poi migliaia, grosse come fagioli.
Noi poveri ?????, chiusi a chiave in uno spazio di poco più di un metro quadrato ciascuno, cominciamo la battaglia alla sera, ne ammazziamo tanti di questi insetti. Quelle si rifugiano nel legno, ritornavano poi all’attacco più numerose di prima e noi avviliti, stanchi morti si doveva battere in ritirata, ci si sdraiava sul pavimento, sulle panche o sul tavolo, cosi si poteva dormire qualche ora. Quante prove per vincere le cimici – ma tutto fu vano – persino barattoli di acqua messi ai piedi dei letti a castello, ma niente…loro salivano al soffitto e si lasciavano cadere come paracadutisti sul letto.
Al mattino me ne vado a lavorare sempre di cattivo umore.
Per colazione un goccino di thè; pane per il mattino non ce n’è mai, dei trecento grammi di pane dato alla sera non si è capaci di metterne da parte un pezzetto per il mattino.
Avanzando il pane per il mattino, poi, si correvano due pericoli: il primo di non dormire perché si pensava a quel pezzo di pane; il secondo di farselo portare via dagli amici, perché in prigionia per molti non c’è coscienza, non si può abbandonare il pane sul tavolo neppure per un momento.
Quante volte è successo che qualcuno è rimasto senza pane.
Come ho detto, al mattino si va al lavoro a digiuno; alle otto, un quarto d’ora di pausa, i civili fanno colazione, noi ci si mette in bozzolo a raccontarci a vicenda le pastasciutte che mangeremo se si avrà la fortuna di ritornare a casa.
Se si riceve l’elemosina di un pezzo di pane, si arriva mezzogiorno che non c’è male.
Altrimenti, lo stomaco si sente vuoto da morire dalla debolezza, le gambe non reggono il
peso del corpo, le braccia non hanno forza, andiamo in baracca a passo di marcia,
sembriamo vecchi di ottant’anni. Ci si impiega una mezz’ora a pigliare il rancio. Ad un quarto all’una siamo nuovamente in fabbrica.
A mangiare non ci si impiega più di due minuti; sono tre o quattro patate, alle volte anche una se è grossa, vengono pesate ad una ad una, un mescolino di pappina e avanti, non si sa proprio di aver mangiato.
Verso le tre è l’ora che si soffre di acidità di stomaco.
Si ritorna alle sei in baracca e si trova un litro di rape.
Un giorno alla settimana danno rape pure a mezzogiorno, così, quando sono ndr.: di turno? alla notte, di sera mangio rape, al mattino le rape avanzate dalla sera, a mezzogiorno rape, alla sera rape e al mattino seguente le rape della sera, così erano rape per cinque volte consecutive.
Assicuro che nelle mie vene non c’è più sangue. Difatti, da febbraio in poi non sto più bene divento il cliente più assiduo dell’infermeria.
Mi incomincia uno spurgo di foruncoli che non guarisce mai. Le bruciature che mi sono fatto alle gambe e alle braccia fanno sì che per una settimana intera non ho più lavorato.
Di minima sono sempre sei o sette i cerotti che ho addosso.
Ero diventato “cerotto “, di soprannome.
Avrò fatto, in totale, cinque mesi ricoverato in infermeria.
Quel disgraziato dottore è fuggito, in sostituzione c’è una dottoressa ucraina, buona donna, che posso dire mi abbia salvato la vita con tutti i giorni di riposo che mi ha concesso.
Un bel giorno i tedeschi – stanchi di vedermi a casa – mi hanno portano da uno specialista.
Mi sono vestito per bene, con la mia divisa militare tenuta sempre bene. Monto in tram fra tanta gente, mi sembra di rivivere, tutti mi guardano, parlano fra di loro e sento pronunciare il nome di “Badoglio”.
Smontato dal tram, sempre accompagnato da un militare tedesco, attraverso buona parte di un bel paese. Un gruppo di ragazzi mi viene dietro gridandomi: “Badoglio, Badoglio”.
Tutti mi guardano. Entro in un ospedale militare e vengo visitato da un ufficiale medico: mi fa una ricetta per lievito di birra.
Al ritorno, i soliti ragazzi: io non mi vergogno, anzi mi sento orgoglioso di essere guardato da tanta gente.
N.d.R. il racconto di Rino termina qui. Riportiamo alcune note tratte dal verbale della Commissione Liquidatrice Prigionieri e Reduci. (testo integrale non aggiornato).
Il campo viene liberato il 28 gennaio 1945, Rino varca la frontiera del

Brennero il 18 agosto 1945.
Il primo settembre 1944 vengono aperti i cancelli e Rino, considerato come civile, lavora sino alla sera del 19 gennaio 1945. Nascosto per sfuggire ai tedeschi, attende l’arrivo dell’Armata Rossa, che giunge la mattina del 28 gennaio.
Il 7 febbraio 1945 viene trasferito a Cracovia; il 25 dello stesso mese, formati i battaglioni italiani, parte alla volta della catena dei monti Sudeti per lavori di fortificazione, da qui passa ai Carpazi, sempre lavorando per il consolidamento di fortificazioni.
L’otto maggio, con la caduta del nazismo, i lavori terminano. Il giorno successivo viene inviato nei pressi di Appel, dove lavora alla pulizia del fiume.
Il 25 maggio fu concentrato ad Appel, dove attende di essere rimpatriato. Da qui parte, per arrivare finalmente a Verona il 18 agosto 1945.
Il racconto di Rino Poli è stato trascritto senza alcuna correzione, essendo stato scritto in corsivo alcune parole sono difficilmente interpretate, per questo si è deciso di non inserirle nel testo ma di lasciare un punto di domanda nelle righe.

1 commento

  1. Paola, molto interessante il tuo articolo e il diario di tuo padre, che ho avuto il privilegio di conoscere.

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