Siamo stati facili profeti Una strage annunciata

Paolo Cozzi Lepri

Sono passati ormai più di 20 anni da quando, Il gruppo “Diritti ed esigenze delle persone non autosufficienti”, composto da eminenti gerontologi, Associazioni di cittadini (tra cui il Movimento dei Cittadini), Sindacati Pensionati, Comunità di S. Egidio, denunciava la cosiddetta “Eutanasia da abbandono” perpetrata ai danni delle persone anziane non autosufficienti.

Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni ha delle radici antiche. Da sempre abbiamo sostenuto con forza la priorità degli interventi domiciliari piuttosto che quelli residenziali, appelli per lo più inascoltati.

Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni ha delle radici antiche. Da sempre abbiamo sostenuto con forza la priorità degli interventi domiciliari piuttosto che quelli residenziali, appelli per lo più inascoltati.

Contemporaneamente non sono stato incrementate le esperienze prototipali che avevano dato ottimi risultati, come ad esempio la “Ospedalizzazione a domicilio” portata avanti dal Prof Fabrizio Fabris Primario di Geriatria alle Molinette di Torino, per diversi anni. Il Prof. Fabris, attraverso numerose pubblicazioni dimostrava che, la sua esperienza, era assolutamente riproducibile ed era vantaggiosa sia da un punto di vista economico, che per gli esiti di guarigione del paziente.

Ma la politica sanitaria portata avanti dalle Amministrazioni Regionali è andata tutta in un’altra direzione, privilegiando il “business” della Sanità privata a scapito della pubblica. Alcune stime su base Nazionale hanno calcolato che nel nostro paese il fabbisogno di servizi sanitari e sociali per quanto riguarda le cure domiciliari è soddisfatto solo per il 10% delle richieste.

Per ovviare a questo enorme vuoto assistenziale (si pensi, ad esempio, che in Italia vi sono 1.200.000 malati di Alzheimer ed altre forme di demenza, dati ISTAT 2018) ci si è “arrangiati” con le cosiddette “badanti”, una schiera di circa 700.000 persone, per lo più straniere che suppliscono alle enormi carenze del nostro Welfare.

La loro vicenda appare simile a quelle dei braccianti agricoli. Pur svolgendo un lavoro assolutamente prioritario ed importante, ancorchè sottopagato, stressante, con orari assolutamente fuori del normale, non si è pensato minimamente di normare questi lavoratori, lasciando un enorme numero di persone in una sorta di “limbo” occupazionale.

Il caso COVID non ha fatto altro che scoperchiare queste enormi carenze, più volte denunciate. I danni di questa scellerata politica sono sotto gli occhi di tutti a partire dalle statistiche tragiche degli anziani deceduti in gran numero che rappresentano più dell’80% delle morti a causa della pandemia.

Urgono quindi modifiche importanti all’attuale organizzazione delle cure (domiciliari, residenziali e ospedaliere) per i malati anziani non autosufficienti, perché non debba più accadere e perché potrebbe capitare anche a noi e ai nostri cari. Le RSA sono state usate soprattutto in alcune Regioni (Lombardia, Piemonte) per “scaricare” i dimessi dagli ospedali, ancora infetti, senza alcun riguardo nei confronti dei ricoverati anziani, indifesi e mandati alla morte anzitempo, perché i ricoverati sono stati considerati “scarti”, in quanto “vecchi improduttivi”, “non utili”.

Si è potuto fare grazie alla cultura dello “scarto” fomentata negli anni passati e presenti, e proprio grazie anche all’uso distorto delle parole con cui ci si riferisce, a tutt’oggi, alle persone anziane non autosufficienti.
Passata l’emergenza, non andrà molto meglio per questi malati anziani, se non ci sarà il riconoscimento delle loro esigenze sanitarie vitali.
Per promuovere il necessario cambiamento di mentalità, è quindi indispensabile cominciare ad affrontare la tematica con un utilizzo appropriato delle definizioni, che abbiamo sentito nei servizi televisivi o radiofonici, e letto sui quotidiani stampati e online.

A questo riguardo preme chiarire che:
1. La RSA non è una “casa di riposo”, termine colloquiale e fuorviante, non in uso in alcun provvedimento ufficiale, ma una struttura del Servizio Sanitario preposta alla cura di malati che hanno continue fasi di acuzie. La definizione “casa di riposo” fa parte di una cultura obsoleta, quando venivano ricoverati vecchi soli e poveri. Non è più così.

2. Nelle RSA sono ricoverati anziani malati, con pluripatologie croniche dalle quali deriva la non autosufficienza; nella maggioranza dei casi sono affetti altresì da Alzheimer o altre forme di demenza. Non sono ospiti di un “albergo”, ma ricoverati in una struttura del Servizio Sanitario. Dobbiamo dunque al coronavirus se è stato ormai riconosciuto da tutti i massimi esperti del nostro Servizio Sanitario Nazionale la gravità delle loro condizioni e l’urgenza di reimpostare, come Ministero della Salute, l’organizzazione sanitaria e socio-sanitaria, per soddisfare le loro esigenze, a partire dal potenziamento delle prestazioni domiciliari

3. Le RSA non sono strutture private, ma dipendono dal Servizio Sanitario Nazionale e Regionale, che le governa mediante le Aziende Sanitarie locali. L’Azienda Sanitaria – ove non sia in condizione di erogare direttamente le prestazioni socio-sanitarie residenziali – oltre a finanziare il sistema di offerta, delegandone l’organizzazione, definisce gli standard ed esercita funzioni di vigilanza nei confronti dei soggetti privati erogatori. I gestori privati accreditati sono organi indiretti delle amministrazioni.

4. La solidarietà familiare, quando c’è, ha un valore aggiunto nella salute dell’anziano malato non autosufficiente, specie se con demenza; ma i familiari non hanno obblighi di cura. Ai sensi dell’articolo 32 della Costituzione, infatti, l’anziano malato non autosufficiente ha il diritto soggettivo ed esigibile al ricovero in una RSA, in convenzione con l’ASL, se non può essere curato al domicilio. La Regione deve garantire almeno il 50% del costo della retta di ricovero.

I punti di cui sopra non sono questioni di forma, ma di sostanza. Il diritto a ricevere cure sanitarie e socio-sanitarie adeguate alle esigenze deriva dal riconoscimento che sono un anzianomalato cronico non autosufficiente e non un ospite. Ciò premesso, ricordo che la priorità è ottenere il diritto ad essere curati prioritariamente a casa, se e quando possibile, dal Servizio Sanitario, il quale deve accettare che la maggioranza dei malati ha patologie croniche ed è candidato a diventare un malato non solo inguaribile, ma anche non autosufficiente. Sempre curabile, in ogni caso, senza discriminazioni per età, malattia o censo.

Ci auguriamo che questa tragedia possa inaugurare, come sembra dal recente Decreto governativo, una inversione di tendenza della politica sanitaria di questi anni, con particolare riguardo alla regolarizzazione dell cosiddette “badanti”, all’incremento delle cure domiciliari e alla riduzione, solo nei casi estremi, dei ricoveri nelle RSA, dove siano stati fatti tutti i tentativi possibili di cure domiciliari.

Le RSA hanno clamorosamente fallito il loro compito e andrebbe fatto un serio ripensamento sulla loro impostazione di base che ha mostrato notevoli limiti. Sicuramente la parte sanitaria, soprattutto per quanto concerne l’apporto medico, infermieristico e riabilitativo, deve essere incrementata fortemente, con la presenza di un Direttore sanitario (attualmente non previsto nella normativa) e la possibilità di consulenze specialistiche.

In sintesi chiediamo all’attuale governo ed in particolare al Ministro della Sanità:

  1. Organizzazione e sviluppo di equipe di Ospedalizzazione domiciliare sul territorio nazionale composte da medici, infermieri e fisioterapisti allo scopo di fornire assistenza sanitaria qualificata a casa del paziento evitando ricoveri ospedalieri costosi ed inutili;
  2. Superamento dell’attuale modello di RSA attraverso una maggiore caratterizzazione sanitaria a forte impronta riabilitativa e riconversione di una parte di posti letto in Centri Diurni semiresidenziali e “posti letto” domiciliari;
  3. Regolarizzazione della figura della “badante” attraverso l’istituzione di Corsi di formazione e di un albo Nazionale di “assistenti familiari”;
  4. Generalizzazione e implementazione di servizi di telemedicina supportati dalle varie specialità mediche.

Dr. Paolo Cozzi Lepri

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