Chiacchere o governo? Agorà, una piazza per partecipare

di Antonio Giolo —

Prof. Antonio Giolo

Spesso costatiamo che mentre i cittadini discutono al bar, a casa, sui social media, coloro che possiedono le leve del potere decidono sulle loro teste.

In questo contesto si colloca l’Agorà dei Cittadini. Non per fare discorsi a vuoto, ma per influire sulla gestione della cosa pubblica. Molti di noi provengono da un’esperienza di impegno civile cominciata da oltre trent’anni, ne sono testimonianza i documenti pubblicati nel sito. Alcuni poi hanno tentato l’impegno nei partiti, ma senza grande convinzione, e hanno continuato a lavorare in associazioni e gruppi locali. E lì, soprattutto nelle aggregazioni più piccole, legate a un territorio, hanno sperimentato la possibilità di incidere, di cambiare, di dare un contributo al benessere della propria comunità.

I movimenti politici si propongono come strumenti di partecipazione, e alla loro nascita magari lo sono, però poi tendono ad avvitarsi su se stessi, a lottare per acquisire o conservare il potere, entrano nel “palazzo” e ci restano; si realizza il passaggio da “movimento a istituzione”, secondo la fortunata definizione di Francesco Alberoni.

Forse è un processo inevitabile e per lo più irreversibile, da non giudicare in termini moralistici. Anche gli esperimenti, come quello dei 5 Stelle, della votazione telematica tramite la Piattaforma Rousseau, non sembrano dare grandi garanzie e risultati. La partecipazione non si può esprimere in un sì o un no improvvisati, tipo plebiscito, senza una reale partecipazione on line ma anche off line.

Una partecipazione fatta di presenza quotidiana sui problemi, come avviene in tanti gruppi e associazioni. Ecco perché nascono nuovi partiti e nuovi movimenti, si formano liste civiche, più indefinite dal punto di vista dei valori ma più aderenti al tessuto sociale. Proprio per questo hanno grande valore le tante forme di partecipazione civile, purché non siano chiuse in se stesse, ma abbiamo come finalità il bene comune.

Non è garantito che in esse tutto funzioni a meraviglia. Molte organizzazioni, soprattutto se grandi, tendono a burocratizzarsi, a diventare “istituzioni”. Altre sono legate alle vecchie prassi del clientelismo, a una concezione pietistica o vendono l’anima alla ricerca di appoggi economici e politici. O ancora peggio assumono comportamenti incoerenti, si dichiarano di “volontariato” ma di fatto non lo sono, o sfruttano i dipendenti, non osservano le norme di legge e hanno una gestione poco trasparente.

Non c’è dubbio, però, che, nonostante tutti questi limiti, nelle organizzazioni sociali si esprime l’impegno dei cittadini per il proprio paese, per categorie sociali bisognose di aiuto, per la soluzione di problemi che né l’impresa privata né lo Stato riescono ad affrontare, anche perché spesso sono succubi di una visione economicistica della società. Se la società si regge in piedi, se reagisce all’urto di aggressioni, come l’attuale pandemia, lo si deve alla generosità dei singoli e alle piccole e grandi reti di solidarietà che scattano più o meno spontaneamente. Sta lì la linfa vitale della socialità.

Le associazioni perciò hanno assunto, quindi, nella nostra società una grande responsabilità politica, perché la loro azione coordinata può influire sull’opinione pubblica e sulla stessa classe dirigente di governo, orientandola verso scelte di vita e di sviluppo e distogliendola da decisioni sbagliate e antisociali. Possono fare sia da argine sia da pesce pilota secondo le situazioni, se non sono chiuse nel proprio orticello e se incontrano istituzioni pubbliche, dal Comune al Governo, permeabili alle loro proposte. Ci sono stati a questo proposito diversi tentativi di creazione di “consulte”, di forme di consultazione da parte di enti locali e delle stesse imprese, anche usando le NTCI, ma molto resta da fare.

Ecco perché siamo fortemente interessati a queste sperimentazioni della comunicazione bottom up, per portare all’interno della gestione della cosa pubblica la vitalità del migliore associazionismo, di quello più autonomo e libero. E siamo favorevoli alle connessioni fra le associazioni che, agendo nello stesso ambito, possono riconoscersi, interagire e acquisire maggiore capacità di incidenza. In molte situazioni ciò non risulta un compito facile, perché le associazioni tendono ad essere autoreferenziali, e fanno prima a scindersi, e a crearne di nuove con finalità analoghe, se sorgono divergenze e litigi fra dirigenti, che a convergere su obiettivi comuni: tante isole che non formano un continente.

Ecco perché l’Agorà dei Cittadini non intende essere una associazione fra le migliaia che operano in Italia. Il nostro obiettivo, più modesto e ambizioso insieme, è quello di dar valore alla partecipazione dei cittadini alla vita sociale e politica, che si esprime nei gruppi spontanei e organizzati, in presenza e nella Rete.

Siamo convinti, infatti, che solo una forte riproposizione del bene comune, partendo dalla difesa dei più deboli e marginali, può tenere unita la società ed esprimerne la ricchezza e le possibilità di crescita complessiva. Non ci interessa una partecipazione che sia fine a se stessa, per un puro attivismo civico; noi siamo, e saremo sempre, dalla parte di coloro che si battono per affermare i diritti sociali e l’eguaglianza delle persone.  

Lo strumento per perseguire questa finalità è in primo luogo la conoscenza. Una conoscenza che permetta di individuare, nei diversi ambiti sociali, gli attori più competenti, anche sul piano scientifico, ed efficaci nel perseguimento del bene della comunità, nella costruzione di esperienze di condivisione e di fraternità. Questo in certi ambiti – nella cooperazione sociale, nelle fondazioni, nel volontariato – già si realizza, ma riteniamo che ci siano molte potenzialità latenti. On line, ma anche nei territori, sono molti i tentativi di creare coordinamenti, mappe dell’associazionismo, reti di gruppi impegnati su un problema specifico. Ne scriveremo nei prossimi articoli.

Non è facile individuare e sostenere quanto di vivo, di innovativo, di utile si muove nella grande società di base. Si può essere abbagliati, oltre che dai propri interessi, da pregiudizi di parte, ideologici, politici e anche religiosi o antireligiosi. Le associazioni, infatti, non nascono dal nulla. Quando cerco di conoscere una associazione sono sempre curioso di capire chi l’ha iniziata e per quale motivazione. Alcune lo dichiarano apertamente, altre tendono a nascondere la loro genesi, e si fa fatica a capire i veri motivi ispiratori, le finalità profonde. A volte succede perché nel tempo è mutata la loro identità, si sono adattate ai cambiamenti della società. Per questo non basta una classificazione superficiale delle aggregazioni sociali, serve uno studio sistematico e onestà intellettuale. Solo così si può riconoscere quello che c’è di valido anche in associazioni molto lontane dalle nostre convinzioni. E allora il confronto diventa costruttivo, si possono inventare percorsi convergenti. Da un lato possiamo apprezzare le associazioni di frontiera, quelle volte al futuro, capaci di innovazione, e non disprezzare quelle più radicate nella tradizione, nella sapienza del passato.

Negli ultimi decenni si è avuta l’impressione di una classe dirigente sul piano politico “improvvisata”, pronta ad assumersi incarichi di vertice senza una adeguata preparazione; quella preparazione che un tempo veniva fornita dalle scuole di partito, da un “cursus honorum” che cominciava nelle sezioni, nei consigli comunali e su su arrivava fino al parlamento e al governo. Anche le associazioni collaterali ai partiti facevano parte di questo tirocinio. Forse questa è una prassi da ripristinare, almeno parzialmente. E se una persona vuole candidarsi alle più alte cariche, deve presentare il suo curriculum e l’aver fatto parte per un periodo consistente di associazioni, soprattutto se tra le più valide ed efficaci, dovrebbe essere considerato titolo di merito e di preferenza.

Anche questo sarebbe un modo per limitare gli effetti devastanti di certo populismo, rozzo e ignorante, che ha gioco facile nel far leva sulle paure e nel manipolare i cittadini, attraverso i vecchi e nuovi media. E offre loro quotidianamente argomenti per chiacchere da bar contro i migranti e sul bisogno di sicurezza, ma i suoi leader, malati di protagonismo, se ne guardano bene dall’offrire loro vere occasioni di partecipazione e di cambiamento. Che invece è quello che abbiamo la presunzione di fare noi, dando spazio a adulti e giovani, che ogni giorno operano in piccoli e grandi contesti per costruire una società più umana, più libera e più in armonia con la natura, in un rapporto costruttivo e franco con le istituzioni pubbliche.

Anche perché troppo silente in questi anni è stata l’Italia democratica, solidale e accogliente, che rispetta e valorizza le diversità; un’Italia che pure esiste, ma manca di rappresentanza, ha sostenitori troppo tiepidi. Con tutti i nostri limiti a questa Italia intendiamo dare voce e sostegno. 

E tutti coloro che si ritrovano in questo obiettivo sono benvenuti nella nostra Agorà.

Antonio Giolo

Componente il Consiglio di Amministrazione della
Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo
già Docente di Filosofia e Dirigente Scolastico
già Presidente della Fondazione Bocchi di Adria

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